ItaliaSandro Bassetti, Castello Monaldeschi della Cervara, 05010 Monte Rubiaglio (TR), Italia. info@sandrobassetti.it Comunità Europea


Animale araldico di Allerona
Panorama di Allerona  

 

STORIA

li antichi storici affermano che la toponomastica del territorio venga imposta dal popolo di Tirreno, re di Ati, di Lidia e di Meonia che, con un grande esercito, viene in Italia dalla Grecia e si impadronisce di tutta la Tuscia nel 1478 a.C., ovvero 2.848 anni dalla creazione del mondo, ossia 826 anni dopo il diluvio universale od anche 727 anni prima della fondazione di Roma. Volendo i Tirreni, Tyrrhenoi, Turscha, Tusci o Etruschi, ricordare le loro terre lontane avrebbero imposto i nomi dei loro territori di provenienza nella madrepatria ai nuovi territori conquistati. Da ciò risulterebbe che il nome Lerona derivi da Lero, piccola isola dell’Egeo del gruppo delle Sporadi, tra Lisso e Calimno, e che Meana derivi da Meonia, regno greco di Tirreno, che prende il nome da Meone il più antico re del paese, patria di Omero noto anche come il cantore meonio, moenius senex e mæonius vates. Ad avvalorare questa tesi contribuiscono anche le storie di Tito Livio che, nell’anno 391 a.C., riportano che i Salpinati, ovvero gli abitanti dell’Alfina, sono armati da Meone. Di fatto il teritorio risulta abitato e frequentato da tempi molto antichi. Nel tratto di strada che va dal ponte de subtus sul Paglia, sotto il Castello di Monte Rubiaglio, al piano di Meana, alla via che da Allerona Scalo sale verso Allerona ed oltre fino a San Pietro Acquaeortus, sono venuti alla luce, nel tempo, vari reperti di epoca etrusca e romana, che testimoniano la vita nel territorio dal VI secolo prima di Cristo al IV secolo della nostra era. Mentre i reperti etruschi, almeno quelli non clandestini, non sono molto numerosi, quelli romani sono frequenti, importanti, in almeno un caso unici, e documentati e, nel caso di strade, ponti, acquedotti, ben visibili. Il sistema viario del territorio rivela un classico sponsale tra la via etrusca preesistente e quella romana, successiva, che la ricopre migliorandola; tutt’oggi sono ben visibili, e percorribili, le vie etrusche ben individuabili poiché valicano le colline sopra lo spartiacque. Analizzando in ordine cronologico i reperti archeologici, le antiche cronache, le pubblicazioni degli studiosi del livello di Massimo Pallottino e della British School, si giunge alla sintesi che segue e che rileva la vita e l’importanza di Allerona e del suo territorio, dalle origini alla costruzione dell’autostrada del Sole, nel 1960, come centro, di servizio prima e di controllo poi, di un nodo viario di primo grado.

Porta maestra di Allerona detta del Sole

Periodo arcaico etrusco dalle origini al 209 a.C.

Due arterie etrusche di grande traffico, finora riconosciute anche se non dettagliatamente studiate, hanno il loro punto di incontro presso Allerona; la prima da ovest a est, proviene da Populonia, Pupluna, Vetulonia, Vatluna, e Roselle; la seconda, da sud a nord, dopo aver toccato Orvieto, Velzna, si dirige a Chiusi, Clevsi, Cortona ed Arezzo, passando per il territorio di Allerona. Queste due arterie potrebbero essere con tutta probabilità quelle che oggi vengono denominate Strada Provinciale 50 dell’Osteriaccia e Strada Provinciale 108, Fabro-Allerona, che si diramano dalla riva del fiume Paglia, alla foce del torrente Rivarcale. La prima, S.P. 50, da est ad ovest, correndo sopra lo spartiacque delle colline raggiunge Allerona, il parco di Villalba, Trevinano, dirigendosi verso Roselle, Vetulonia, Populonia, ma anche verso Siena: la seconda, da sud a nord, S.P. 108, dopo aver lasciato Orvieto ed attraversato il Paglia sotto Monte Rubiaglio, su un ponte etrusco in travi o in muratura, si dirige a Fabro, Salci, Cetona, Sarteano, Chiusi. Dopo l’attraversamento del Paglia sotto Monte Rubiaglio, la strada proveniente da Velzna attraversa la piana di Meana dirigendosi verso il torrente Rivarcale dove, poco oltre la riva destra, si biforca suddividendosi nelle due arterie. Presso questa diramazione gli Etruschi certamente costruiscono una stazione di servizio per il cambio dei cavalli ed il ristoro dei viaggiatori. Questa esistenza, o comunque la vita in questa area, è testimoniata da un ritrovamento ufficiale poiché, nel 1958, è stata rinvenuta fortuitamente, in contrada Pian di Meana, una statuetta fittile acefala. Di robusto modellato essa rappresenta un personaggio virile seduto, con un mantello che gli lascia scoperto il petto e la spalla destra. E’ lecito supporre che si tratti di un Giove o di un Esculapio di fattura etrusca da modello ellenistico. La statuetta si conserva nel museo civico orvietano.

Periodo romano dal 209 a.C. al 476

I Romani adattano secondo i propri canoni ingegneristici le due arterie etrusche e nell'anno 88 sostituiscono il ponte sul Paglia, con il pons de subtus, poi detto della mola. Costruiscono lungo il tracciato della prima arteria etrusca una nuova via, della quale a tutt’oggi non è stato accertato il nome. Esiste testimonianza certa nel reperto archeologico ritrovato lungo questa via, nei pressi dell’abbazia di San Pietro Acquaeortus. Nel 1886 un alto funzionario del ministero della pubblica istruzione avverte l’accademia dei Lincei che “annessa ad una fattoria, sul monte San Pietro Aquaeortus, è una chiesetta del sec. XVI, rifabbricata sulle rovine di altra chiesa medioevale, o sopra i ruderi di qualche tempietto pagano; innanzi alla quale chiesetta trovasi un cippo di pietra locale, che reca l'iscrizione seguente: HERCULI / SALUTARI / TI(berius) CLAUDIUS / DENTO AUG(usti) / LIB(ertus) V(otum) S(olvit) L(ibens) / M(erito)”. La nota non entra in merito del problema storico-religioso, ma si limita alla menzione di altre cinque epigrafi, dove appare il cognome Dento. Il sito pare non sia mai stato oggetto di una indagine archeologica, come l’importanza del posto lo richiederebbe. Sopra il fondo della seconda arteria i Romani, negli anni 107-108, costruiscono la via Traiana Nova, sulla dorsale est di Allerona, ed il ponte sul torrente Rivarcale; nel 305-306 restaurano la via; nel 362 costruiscono il pons Iovianus, poi chiamato ponte di mastro Janni e, infine, ponte Giulio, utilizzando le strutture esterne del pons de subtus appena crollato; nel 363-364 deviano la via per raccordarla al nuovo ponte. Di ciò rimangono chiare testimonianze costituite dai ruderi dei ponti e dalle pietre miliari del XIII e del XV miglio ritrovate la prima in località monte Regole, nel comune di Allerona, e la seconda presso il podere Polvento, oggi nel comune di Ficulle, ma geograficamente ubicato tra la destra delle paludi della Chiana ed Allerona. Nei pressi della diramazione i Romani costruiscono ex novo o sulle infrastrutture etrusche preesistenti, una nuova stazione. Con tutta probabilità, infatti, l'originario insediamento abitato, che secoli dopo si trasferisce sulla collina dando luogo all’attuale Allerona, nasce e si sviluppa adiacente alla diramazione delle due arterie, lungo le acque del torrente Rivarcale. Questa mansio è di notevole importanza e grandezza poiché, oltre alla stazione di posta, all’albergo ed al ristorante, vi ha sede una sorta di ospedale. E’ stata rinvenuta, nel 1884, una spatola (epathola, spathomale), uno strumento chirurgico molto raro, tanto che fino alla data del ritrovamento è noto solo per la menzione fattane dagli antichi scrittori romani. La mansio, con tutta probabilità, è situata nella località oggi chiamata molinetto o mulino di Rimucchie, a quota 216, lungo il torrente Rivarcale, in vista sia di monte Regole, a quota 307, che del poggio dell'Armata, a quota 316.

Periodo delle invasioni barbariche dal 476 all' 809

Al termine dell’impero romano, nell’anno 476 e fino all’anno 809, l’attività della mansio viene man mano a decadere per effetto delle continue guerre e delle conseguenti distruzioni. Gli addetti alla mansio e gli abitanti del villaggio sorto accanto cercano rifugio e protezione dalle incursioni in luoghi più sicuri e lo trovano sulla collina di Allerona, separata e protetta dagli strapiombi che la circondano come un’isola nel mare. Viene costruito un villaggio dove nascondersi e ripararsi limitatamente al periodo dell’incursione. Trovandosi accanto ad una primaria via di comunicazione nord-sud, la mansio prima ed Allerona poi subiscono le incursioni dei Visigoti nel 408 e 410, degli Unni nel 451, degli Eruli nel 476, degli Ostrogoti nel 489 e dei Bizantini nel 535, che per decenni si alternano nel dominio del luogo, dei Longobardi nel 568, dei Franchi nel 774, dei Saraceni dal 842 al 914, degli Ungari dal 915 al 937, dei Teutonici nel 962 per un intero secolo ed ultimi invasori prima dell’instabile possesso del territorio da parte dello Stato pontificio cui appartiene fino al 1860.

Periodo altomedioevale dall'809 al 1215

L’arrivo del nobile guerriero Rodorico Monaldo, al seguito di Carlo Magno, determina una continuità di controllo nell’area Stemma di Rodorico Monaldoed una maggiore protezione degli abitanti. Circa nell’anno 850, a causa delle scorrerie dei Saraceni prima e degli Ungari poi, gli addetti all’antica e ormai fatiscente mansio e gli abitanti del contado eleggono stabilmente a loro dimora la vicina, baricentrica e sicura collina di Allerona, sede di una ricca sorgente d’acqua potabile, e ne aumentano il grado di protezione munendola di una recinzione leggera detta a spinata. Il vecchio villaggio utilizzato solamente per rifugiarsi durante le invasioni e le scorrerie, acquista stabilità e continuità. Contestualmente viene costruita, appena al di fuori della recinzione di protezione, una piccola cappella, oggi trasformata in chiesa e dedicata a San Michele Arcangelo. La costruzione originaria, in pietra, è delimitata dalle pietre angolari bianche squadrate e non possiede campanile. Nell’XI secolo, viene costruita l’abside che è ornata da un arco romanico costruito con pietre squadrate, di misura irregolare, con superfici finemente scalpellate. Nel 1215, con il contemporaneo sorgere di Allerona, la cappella di San Michele Arcangelo viene di nuovo ampliata con l’aggiunta dei due corpi laterali ed il prolungamento della navata verso ovest. Infine, nel 1626, viene realizzato anche il campanile a vela biforato munito di due campane e viene ricostruito completamente il tetto. Queste revisioni fanno assumere alla piccola cappella rettangolare l’aspetto di una chiesa, ad una navata, con pianta a croce latina.

Periodo medioevale dal 1215 al 1492

Al termine dei così detti secoli bui, nasce Allerona che tutt’oggi conserva quasi inalterato lo stato natio. La trasformazione del borgo in castello con ricetto è dettata da varie necessità: un miglior controllo dell’accesso ai feudi dei Monaldeschi, la ripresa dei viaggi sulle due arterie, il presidio costante nell’area del cadetto della casata Monaldeschi, le guerre più continue, più lunghe, più cruente e frequenti che nel passato. Sulla base di queste necessità Beltramo I Monaldeschi della Cervara, signore di Insegna dei Monaldeschi della CervaraMonte Rubiaglio, nel 1215, ordina ex novo la costruzione del Castello di Allerona che presto assurge ad una notevole importanza poiché sede dell’omonimo piviere. L’importanza, oltre che a motivi ecclesiastici, viene attribuita ad Allerona per la funzione che questo castello deve assolvere: il controllo confinario del feudo dei Monaldeschi della Cervara maggiormente dedicato ai limiti settentrionali che lo congiungono con il territorio senese, spesso ostile, e con quello dei Monaldeschi della Vipera, ramo antagonista della stessa casata. Da questo ruolo Allerona non si distacca che dopo l’unità d'Italia nel settembre 1870, pur rimanendo tutt’oggi territorio di confine tra tre regioni. Allerona viene costruita dalle fondamenta: sul vertice della collina il castello feudale, a tre piani, con i camerini esposti a nord e le sale a sud, la chiesa, oggi dedicata a Santa Maria Assunta, ortogonale al castello rigorosamente lungo l’asse ovest-est, il ricetto, le abitazioni del popolo, posto in fronte al castello, e da questo distanziato da una piazza, verso la porta maestra, oggi detta Centrale, a sud e quella delle Fonti ad est. Un forno pubblico, vicino alla porta orientale, e due pozzi: uno di raccolta delle acque piovane, nella corte del castello, e l’altro, nella piazza accanto alla chiesa, di emungimento della vena di acqua sorgiva. La totale assenza nell’abitato di Allerona di reperti romani di tipo architettonico od edilizio ne conferma l’erezione in epoca medioevale. Il centro abitato fortificato, il castrum, è protetto da difese naturali costituite da forti dislivelli ripidissimi sui lati ovest, nord ed est. Vi si accede solo dal lato sud, attraverso la porta Centrale, provenendo dalla via, oggi S.P. 49 Fabro-Allerona Scalo che, salendo da valle a quota 167, raggiunge quota 472 svolgendosi lungo lo spartiacque. Entrambe le porte sono protette da una doppia chiusura assicurata da un robusto portone e da una grata sollevabile. La porta più esposta, quella Centrale, viene ulteriormente protetta da una torre che la sovrasta. La chiesa di Santa Maria Assunta ha una sola navata con volta a capriate policrome, monofore alternate a trifore e vetrature in alabastro. Nella chiesa è presente una acquasantiera a base triangolare con tre leoni uniti con una colonna alla bacinella con fregi a foglia. Ha due ingressi: uno collegato direttamente al castello e l’altro per l’accesso del popolo dalla piazza. Quest’ultimo avviene attraverso un arco ogivale romanico in pietra bianca squadrata. Il campanile quadrato è inserito nella cinta muraria e mostra alla base la stessa tecnica muraria delle cortine, mentre verso la sommità si scorgono pietre scure squadrate, in basalto, ivi ricollocate durante uno dei tanti momenti di ricostruzione che seguono le vicende belliche. Il catasto del 1292 indica Allerona come capo mandamento del piviere cui fanno capo i Castelli di Monte Rubiaglio e di Paterno, nonché villa di Meana. Il territorio orvietano è suddiviso in venti pivieri: quello di Allerona è il terzo. Le cronache confermano la persistenza ed il ripreso e frequente uso delle due arterie etrusche, in pace ed in guerra: la prima, notevolmente revisionata nel 1334, conserva la propria funzione di collegamento tra Orvieto e Chiusi, mentre la seconda, scomparse le città etrusche di Populonia, Vetulonia e Roselle ed imbarbaritisi i territori, conserva solo alcuni tratti verso Trivinano e vede aumentato il proprio traffico in direzione di Siena.

Periodo rinascimentale dal 1492 al 1585

A due secoli dalla revisione della strada ab Urbevetere usque Clancianum, questa rimane fruibile e ben percorribile. Papa Paolo III la percorre nel 1536, con il proprio seguito e la propria scorta, per recarsi a Nizza, passando per Siena. LaStemma dei Monaldeschi della Cervara strada che conduce l’augusto pontefice verso Siena, è l’antico tracciato della Cassia o Traiana Nova o seconda arteria etrusca che, da Monte Rubiaglio e Allerona, giunge a Chiusi passando sotto Fighine e, precisamente, a Palazzone, in località val Piana, per passare poi a Cetona. Nel 1545 i Monaldeschi della Cervara, liberali visconti e signori di Allerona, concedono lo statuto al loro feudo che gli viene definitivamente confiscato nel 1585 per ordine di papa Pio IV ed assegnato alla Camera Apostolica: Allerona cessa pertanto di appartenere ai visconti Monaldeschi della Cervara, e passa sotto il dominio della Camera Apostolica dalla quale si sottrae dopo duecentosettantacinque anni, allorquando viene liberata dai Cacciatori del Tevere nel settembre 1860. Il 28 giugno 1585 la comunità di Allerona si dà un proprio statuto, ma dietro il sipario si celano gli occhi dei funzionari dello Stato della Chiesa che lo correggono e lo rielaborano impiegando circa un mese.

Periodo barocco dal 1585 al 1798

Ridotta nel 1585 a sede di guarnigione di gendarmi e doganieri pontifici, Allerona conosce circa due secoli e mezzo di spoliazioni di beni, documenti ed opere certamente di buon valore. Quanto di artistico e di culturale vi è conservato viene disperso, trasferito e trafugato. Il nuovo dominante, il demanio pontificio, o Camera Apostolica, si preoccupa di trasformare il castello in caserma prolungandone il lato est fino a congiungerlo con la chiesa di Santa Maria Assunta e trasformando in terrazza il piano inclinato in discesa. L’aspetto leggero e simmetrico del palazzo viene completamente annullato. L’insegna araldica dei Monaldeschi, in pietra, viene rimossa. Tra il 1592 ed il 1597 viene eretta la chiesa ottagonale dedicata alla Madonna dell’acqua. L’opera è attribuibile a Ippolito Scalza, od alla sua scuola. Data la costante importanza del sistema viario e la decadenza di ponte Giulio dovuta alla deriva del fiume Paglia, nel 1696, per attraversare il Paglia viene costruito un ponte di carri nella stessa località dove i Romani hanno eretto il ponte de subtus o della mola riattivando la strada romana, divenuta pista, attraversando il fiume tra le terme di Tiberio ed il mulino di Meana. Questo ponte di fortuna, soggetto a frequenti manutenzioni, viene sostituito dal ponte in muratura, detto di Allerona, solo nel 1911, pur rimanendo in uso almeno fino al 9 settembre 1860.

Periodo neoclassico-storico dal 1798 al 1944

Le antiche arterie etrusche sono sempre valide e non hanno perso né la propria importanza né la propria funzione. Nel 1798 le truppe francesi del generale Jablonowschi e nel 1809 quelle di Napoleone I attraversano Allerona provenendo daStemma di Casa Savoia Siena. Lungo la prima arteria negli anni compresi tra il 1824 ed il 1870 sono operanti bande di briganti protette dalla boscaglia che costeggia la strada e dai confini territoriali che li pongono al riparo dalla caccia della gendarmeria pontificia prima e dei regi carabinieri poi. Lungo la seconda arteria avviene l’invasione dello Stato pontificio da parte delle truppe del re di Sardegna, guidate dal generale Manfredo Fanti, nel settembre 1860. Una cronaca del tempo registra che una compagnia di fucilieri della fanteria di linea pontificia, forte di 140 Svizzeri del secondo reggimento esteri di stanza nel Castello di Monte Rubiaglio e di guarnigione alla caserma di Sant'Agostino in Orvieto, insegue e ricaccia oltre il fiume Paglia verso Allerona, sopra il ponte fatto di carri, un gruppo di volontari piemontesi in missione esplorativa del confine e della via per Orvieto.

Periodo moderno dal 1944 ad oggi

Dopo quasi due millenni dalla costruzione del primo ponte sul fiume Paglia l’interesse per questo punto strategico rimane immutato. Durante il corso del secondo conflitto mondiale numerosi sono i bombardamenti a tappeto, in quota e di precisione che l’aviazione statunitense effettua sul ponte di Allerona, su quello ferroviario adiacente ed anche su ponte Giulio, rivelando la loro profonda conoscenza, anche storica, di questo territorio. Costituisce ulteriore dimostrazione il fatto che le truppe dell’ottava armata britannica, dirette dal Paglia a Siena e poi a Firenze, seguono il percorso della prima arteria etrusca compiendo lo stesso tragitto che il capitano Matthia Caetani di Anagni compie nel 1229 e nel 1251. Anche lo stato maggiore germanico non è da meno, nella conoscenza storica del territorio. Protegge l’area con una squadra aerea della Luftwaffe, formata da sei aerei tipo Messerschmitt Me 109 di stanza all'aeroporto dell’Alfina nei pressi di Castel Viscardo, consolida il possesso del territorio con un reparto tattico della forza di un battaglione di stanza nel Castello di Monte Rubiaglio e fa eseguire continui rastrellamenti ed esecuzioni capitali lungo il tracciato della prima arteria, allo scopo di aumentarne il grado di sicurezza. Nel giorno 8 giugno 1944 militari della Feldgendarmerie e di una compagnia di Waffen Schutz-Staffeln della III SSPiazza e Porta in un giorno di festa panzer division “Totenkopf”, integrata da forze della repubblica sociale italiana, durante un rastrellamento a protezione della prima arteria, catturano e fucilano quattro Alleronesi. Il 18 giugno i genieri della Wermacht, in manovra di ritirata, fanno saltare il ponte di Allerona sul Paglia ed il giorno dopo i Royal Engineers dell’ottava armata britannica ne iniziano la ricostruzione utilizzando elementi prefabbricati di tipo Bailey. Terminato il conflitto mondiale e giunto il momento del miracolo economico italiano negli anni ’60, con la costruzione dell’autostrada Roma-Milano sembra cessare l’interesse per il nodo viario di Allerona: sembra, perché dal 1992 si parla di aprire un casello autostradale tra quello di Fabro e quello di Orvieto, per permettere al traffico di raggiungere località dell’alto Lazio e della bassa Toscana raccordandolo almeno con la prima arteria etrusca. In questi anni la vita scorre tranquilla, lo spopolamento delle campagne si è arrestato, pur se in presenza di una diminuzione demografica la popolazione si è ridotta. La ricchezza del territorio è, ieri come oggi, dovuta all’agricoltura ed alla pastorizia: settori molto progrediti tanto da trasformare il pastore in zootecnico ed il vinaio in enologo. Aziende agricole che producono vino di qualità a denominazione di origine controllata sono molteplici, come quelle che producono formaggi e latticini. Una sana economia basata sui settori primario e secondario che ben difficilmente può conoscere crisi economiche se non quelle legate all’intera comunità italiana.

MISTERI

La segreta correzione dello Statuto

Attraverso i secoli il Castello di Lerona, poi Allerona, pur integrato amministrativamente al contado di Orvieto, è considerato e gestito dai conti Monaldeschi della Cervara come loro feudo. Il Comune di Orvieto, dal canto suo, si preoccupa essenzialmente di avocare a sé la riscossione delle imposte dagli abitanti del luogo, che tuttavia anche per l'intercessione dei conti godono di lunghi periodi di esenzione, di avere la libera disponibilità del Castello per necessità belliche, di evitare che esso divenga ricettacolo di banditi e ribelli, di garantirsi l'alleanza con i suoi Signori. Pur in questi difficili equilibri tra i conti da una parte ed il Comune sovrano dall'altra, gli uomini di Lerona sono riusciti ad organizzarsi in Comune, anche se con forme di autonomia limitate.

Già nel 1545 la comunità di Lerona appare dotata di un proprio statuto concesso dai Monaldeschi della Cervara; statuto che non si è conservato. Con l'entrata in possesso nel 1585, da parte della Camera Apostolica, del feudo di Lerona, tolto ai Monaldeschi della Cervara, lo statuto concesso da questi ultimi nel 1545 viene abrogato e sostituito da un altro venerdì 28 giugno 1585 che, comunque, ne ricalca lo spirito ed i contenuti.

L'assemblea che lo redige non fa mistero di ciò evidenziando che lo statuto è riscritto e lasciando nel nuovo alcuni capitoli del primitivo statuto monaldesco, identificabili dall'uso del passato remoto dei verbi stabilire ed ordinare riferendoli, inoltre, alla terza persona plurale e scrivendo quindi “Statuirono et ordinarono" contrapposti a quelli dei nuovi capitoli aggiunti “Statuimo et ordinamo": nulla è, ovviamente, determinabile per i capitoli eliminati.

Questo nuovo statuto, denominato Statuto de Lerona, si compone di cinque libri, come altri statuti dei Monaldeschi ed altri statuti rurali, così distinti: libro primo del reggimento, composto da 15 capitoli; libro secondo del civile, composto da 39 capitoli; libro terzo dei malefitij o criminale, composto da 37 capitoli; libro quarto degli extraordinari, composto da 28 capitoli; libro quinto dei danni dati, composto da 49 capitoli. Come la maggior parte degli statuti rurali stesi in quest'epoca, lo statuto di Lerona raccoglie un complesso di norme, atte a regolare il governo della comunità, il viver sociale, la moralità pubblica, la sicurezza, l'igiene, il culto, per un totale di cinque libri con 168 capitoli: un numero superiore alla media se confrontato con lo statuto di Monte Rubiaglio, composto da 133 capitoli, od a quello di Poggio Aquilone di soli 109 capitoli. Appare evidente che questo statuto è frutto di molte mani e di molti ingegni, di compilatori venuti da lontano ma, soprattutto, di una fretta incredibile nel redigerlo. Forse nessuno riuscirà a togliere il velo oscuro che il tempo pone sopra i fatti, ma a tutti va l'augurio di scoprire perché si è tentato di rifare la storia di una comunità, di produrre un falso certificato di proprietà, di disinteressarsi della correzione di enormi errori pur di produrre velocemente lo statuto. Di seguito si evidenziano sinteticamente solo alcuni di questi errori e di questi falsi per lasciare al lettore la curiosità di identificarne altri e di farsi la propria idea in merito: inoltre, volutamente vengono tralasciati i commenti al testo perché la lettura sia scorrevole e neutra.

L'introduzione del documento così recita: “Nel nome de Dio et della Vergine Maria et de tutti li Santi et Sante della Celeste Corte et de Santo Sano et San Giovanni Advocati del detto Castello contado della Mag.(nifi)ca città d'Orvieto novamente rescritto (1) con licenza del Prestant.(issim)o Conseglio Generale de essa città nel primo anno et mese (2) del Pontificato del S.(om)mo S.(igno)r nostro Sisto per divina providenza papa Quinto, et revisto et cellationato con il suo proprio (3) al tempo delli Sig.(nor)i Confalonieri S.(e)r Felice Marabottini, et Conservatori della Pace de essa città S.(e)r Cristofano Testati S.(e)r Leonardo Sabatini, et del S.(e)r Organtino Rossi; visto (4) per il Conseglio Generale de detto Castello, existente Podestà (5) de detto Castello il S.(e)r Cavalier Scipione Sensati (verosimilmente Sennati, fratello del marchese Santorio che nel 1571 comanda vittoriosamente contro i Turchi la galea orvietana alla battaglia di Lepanto) et m.(esser) Paulo Turani suo subistituto et Pietro de Gianne, Giomino de Meco, et Letrino de Mencio Conseglieri de detto Castello, et questo sia et possa essere a pace et eterna quiete et Commune utilità del detto Castello.

ANDREA GAVAZZENI SCRISSE (6)

In Dei nomine Amen. Anno Domini Millesimo Quingentesimo octuagesimo quinto, indictione decimotertia, tempore Pontificatus S.mi in Xpo patris et D.N.D. Sixti divina providentia pp Quinti die vigesimaoctava mensis Junij”.

novamente rescritto (1).

Si dichiara l'esistenza di un altro statuto sulla base del quale il presente viene riscritto.

nel primo anno et mese (2).

Nello statuto, il 28 giugno 1585, è scritto “nel primo anno et mese del pontificato” di papa Sisto V, il 227mo pontefice, ma Sua Santità è stato eletto il 24 aprile ed incoronato il primo maggio 1585, quindi due mesi e non uno addietro.

et revisto et cellationato con il suo proprio (3).

Come mai il papa, quasi neppure insediato, si preoccupa dello Statuto de Lerona rivedendolo addirittura personalmente? Il fatto appare eccessivo. Viene scritto ciò solo per rendere insindacabili certe scelte e certe affermazioni?

visto (4).

Il Conseglio Generale del Castello di Lerona prende visione dello statuto; non lo redige, non lo approva, non lo commenta. Esegue soltanto una passiva lettura dello scritto.

existente Podestà (5).

Nonostante il nuovo assetto politico del Castello di Lerona, che redigendo lo statuto riparte da zero, viene citato come già esistente in carica il Podestà Sensati o Sennati: non viene scritto eletto o rieletto, ma esistente.

ANDREA GAVAZZENI SCRISSE (6).

Gavazzeni è un tipico cognome bergamasco tuttora presente: strano che un uomo con tal nome si trovi nel Castello di Lerona venerdì 28 giugno 1585.

Libro I, Capitolo I.

Viene scritta questa frase “Signori naturali de detto Castello de Lerona et de loro successori et discendenti” universalmente utilizzata riferendosi a monarchi e vassalli, ma è inconcepibile se riferita a cariche elettive quali quelle dei Confalonieri e Conseglieri. Certo è una omessa correzione del primitivo statuto del 1545 quando è riferita ai Monaldeschi della Cervara.

Libro I, Capitolo I.

E' scritto “Noi statutarij predetti statuimo et ordinamo che il Podestà del Castello de Lerona sia eletto per li Mag.ci S.ri Confaloniere et Conservatori della pace”: manca il soggetto; chi sono gli statutarij predetti quando viene citato solo lo scrivano dello statuto e non l'entità che stabilisce e ordina le regole della Comunità? Il Podestà è già esistente: e allora?

Libro III, Capitolo XIII - Libro V, Capitolo XXVII

Per redimere le pene di chi uccide o ferisce gli animali di altri si deve presentare istanza alla Corte del Castello. Chi produce falsa testimonianza contro la Corte del Castello de Lerona è punito con una ammenda di dieci lire. Corte è un'accezione nobiliare non comunitaria: che sia un sostantivo rimasto dal precedente statuto monaldesco?

Libro III, Capitolo XXI

Si scrive ancora della Corte.

Libro IV, Capitoli X, XIII e XIV

Unici capitoli ove è scritto “Statuiamo et ordiniamo” invece che “Statuimo et ordinamo” o “Statuirono et ordinarono”. Non viene inoltre usato il termine “alle calende d'ottobre”, ma “nel principio del mese de ottobre”: un italiano più moderno e forbito; un'altra mano?

Libro V, Capitolo XXI.

La figura e le funzioni dei Vicari, preposti a tutti quei castelli e ville non assegnati a Podestà, è già delineata negli statuti perugini del 1342: immatricolati al consorzio dei notai sono scelti autonomamente dalle comunità locali e soggetti all'approvazione da parte dei Priori. Vicario e Podestà sono pertanto due cariche incompatibili ed inesistenti contemporaneamente. Nello statuto di Lerona, invece, coesistono.

Pene pecuniarie.

Le pene pecuniarie vengono espresse in monete diverse tra loro, dal giulio, al soldo, alla lira, alla libbra, al danaro, al grosso. Vengono indicate, inoltre, monete che non sono mai state in uso nello Stato della Chiesa, quali il fiorino ed il ducato. Viene raramente citato, invece, il baiocco, moneta circolante nello Stato della Chiesa dal XV secolo a tutto il 1866. Al tempo dello statuto la moneta corrente è costituita dalla libbra formata da cento soldi: tutte le altre monete citate sono indice di mani diverse che hanno redatto lo statuto stesso. Il massimo esempio è contenuto nel Libro Secundo, capitolo XXXI, dove sono riportate tre ben diverse monete: il ducato, lo scudo ed il fiorino.

Stile di scrittura.

Lo stile del testo è molto diverso, si passa dalle dotte allocuzioni latine, al volgare raffinato, a quello grezzo. Quali e quante persone hanno redatto lo statuto? Molte, almeno sette. A molte di queste domande l'analisi del documento originale potrebbe dare delle risposte, ma al momento questo non è possibile e gli interrogativi rimangono.

Il tesoro dei falsari

I boschi dei confini settentrionali di Allerona invitano bande organizzate di criminali a stabilirvisi, costruendo addirittura un borgo fortificato. Tra le varie attività svolte da questi criminali vi è quella di falsari: il sigillo della zecca di Orvieto del XIV secolo, conservato al museo civico di Bologna, testimonia che viene battuta moneta nella città. La cronaca originale registra nel 1239: "Detto anno alcuni malandrini si muniro in Liprava sotto Santo Pietro de Aquaorthi de Villalbi, genti de più natione, homicidi, et era detta regione uno boscho fortissimo, dovi furo comandati li terre intorno et circundato detto locho, che fu preso et scarcato a terra, che furo occise circa 70 assassini et appiccati in più varie lochi intorno ad Orvieto, et si faciva le monete falsi". La cronaca non parla delle monete vere e false custodite del borgo, né delle macchine della zecca clandestina, né delle materie prime. Che siano ancora tutte nascoste in quei lidi?

Le Entità Scomparse

1 - Santa Trinità di Spineto

Il monastero della Santa Trinità di Spineto, un'abbazia scomparsa nelle vicinanze di Allerona, forse a poggio Spino, è un complesso monastico di chiara fama e forte potere. Di esso si scrive molto nelle cronache medievali, ma, nonostante la grandezza, non ne rimane traccia visibile. Nel 1278 il monastero della Santa Trinità di Spineto, fa dono del poggio e del Castello della Meana al comune di Orvieto. Questo è il testo della donazione: "Instrumentum syndicatus Monasterii Sancte Trinitatis de Spinetis ad concedendum Comuni podium Moiane. Et instrumentum dicte concessionis millesimo CCLXXVIIJ, manu Ildibrandini Ranutii Guidonis notarii. Et instrumentum syndicatus Comunis manu Butricelli notarii ad recipiendum predicta ". Il Castello della Meana, comunque, viene custodito dall'abbazia di Spineto che riceve una retta di quaranta soldi l'anno dal Comune di Orvieto. Il contratto registra: "Emptio Castri Moiane (Meana). Millesimo CCLXXVIIIJ. Instrumentum emptionis sive conductionis facte per Comune et scyndicum Comunis Urbisveteris de podio Castri Moiane a scyndico Abbatie de Spinetis, pretio XL soldorum denarium in anno, nomine pensionis. Patet manu Ildibrandini Guidonis notarii".

2 - Santa Maria di Marzapalo

Altra entità scomparsa o celata è quella del forte monastero di Santa Maria di Marzapalo. Nel 1072 la chiesa di Marzapalo sul Monte Rufeno, appartiene al Comitatu de Urbiveto. Nel 1224 viene definito il confine della selva di monte Rufeno tra il comune di Orvieto ed il monastero di Santa Maria di Marzapalo, altro monastero del quale si sono perdute le tracce. Il testo originale annota: "Millesimo CC°XXIIIJ°. Terminatio silve Montis Rofeni inter Comune Urbisveteris et monasterium Sancte Marie de Marzapalo. Patet manu Bonagratie Ardiccionis notarii". Nel 1406, alla morte del protettore dei Monaldeschi della Cervara, gli abitanti di Acquapendente assalgono alcuni loro possedimenti di confine: "In detto anno gli Aquesiani, dopo la morte del papa, presero monte Rufeno e San Pietro Aquaeortus, bruciarono Marzapalo e fecero danno a Trevinano". Giovedì 12 aprile 1425 muore Brandolino Monaldeschi della Cervara, fratello di Gian Francesco visconte di Allerona e di Gentile I, signore di Orvieto, frate camaldolese, è distinto teologo e protonotario apostolico, molto vicino al pontefice Martino V che gli fa dono delle rendite della badìa di Marzapalo e della selva di monte Rufeno. Le Croniche de Acquapendente, sul finire del XVI secolo, così descrivono il monastero: "Santa Maria di Mazzapalo è scaricata e stà dentro la selva detta la Bandita. Anticamente si trova che vi stavano li frati di Santo Guglielmo di Grosseto, et li vestigij che vi sono mostrano d'esservi stato gran convento et chiesa".

Le Entità Distrutte

1 - San Pietro Acquaeortus

Una entità ben visibile, ma in preda alla rovina, è quella dell'abbazia di San Pietro Acquaeortus. La cronaca del reverendo don Gian Colombino Fatteschi, abate cistercense, registra nel 1252 la nascita dell'abbazia di San Pietro Acquaeortus: "Quantunque la strada consolare o romana passasse in questi tempi pel fondo della Paglia e non da Radicofani, bisogna tuttavia che, per abbreviare il cammino, o per altro motivo, qualche pellegrino capitasse in quelle bande, dove non vi era un destinato ricovero per i viandanti. Quindi certo prete per nome Attovante di Sarteano avendo fatto costruire due case col guadagno percetto nell'esercitare la medicina, volle farne dono al nostro don Manfredo altre volte abate, affinché in una vi abitasse e nell'altra tenesse un ospizio per i viandanti ". Nel 1300 questo ricovero, chiamato San Pietro Acqua et Hortus viene elevato al rango di abbadia di Acquaorta, curia di Orvieto.

2 - I due castelli di Meana

Il dominio longobardo porta un'attività di ricostruzione assente dalla fine dell'impero romano. Lo storico Monaldo Monaldeschi della Cervara così registra: "Regnando in Italia Desiderio, fu Orvieto da esso restaurato, con altri luoghi di Toscana e d'Italia. Et allora fu edificato un Castello al capo del piano della Alfina, da Orvieto lontano otto miglia; dov'era una sola Torre fatta in fortezza; onde il Castello prese il nome da quella Torre". Nel 756 la manodopera per l'edificazione del castello è selezionata tra gli abitanti della Meana. Anche lì Desiderio fa costruire, o ristrutturare, un castello costituito da una torre quadrata d'avvistamento e difesa, a cuneo verso la montagna adiacente a un corpo quadrangolare molto esteso, protetto da avancorpi a terrazza e strapiombi su tre lati, vicino al quale sono allineate, verso valle, le abitazioni della comunità. Ancora oggi sono visibili i miseri ruderi del complesso. I libri delle Rationes Decimarum Tusciæ del 981 riportano che il Plebanus s. Habundi, cioè il Pievano di Sant'Abondio paga anche per la parrocchia di San Nicola di Meana. Nel 1278 il primo Castello della Meana è donato al comune di Orvieto dall'abbazia di Spineto che riceve in cambio una retta di quaranta soldi l'anno. Nel 1292 sul Catasto di Orvieto si legge Villa di Meana, dovendosi intendendere con ciò la rovina del primo castello: le opere per la costruzione del secondo castello sono iniziate da tempo, ma terminano, evidentemente, dopo il 1292. Il feudo di Meana, così ricostruito diviene ricco e potente tanto da essere annesso al vescovato di Orvieto nel 1398. La Meana viene elevata a feudo vescovile nel 1531; il feudatario è Corrado V Monaldeschi della Cervara, un tempo valoroso capitano di ventura, che nel 1505 intraprende la carriera ecclesiastica. Vescovo di Orvieto Vincenzo Durante fiorentino, nella chiesa di San Nicola della Meana, Bernardino Morechetti da Spoleto, per voto e per sua devozione, fa dipingere certe immagini con la data "6 aprile 1531", delle quali è rimasto qualche frammento e, fra l'altro, lo stemma del vescovo. Gli affreschi sono attribuiti a Sinibaldo Ibi che illustra questa tematica anche nelle chiese di San Rocco, di San Bernardino e di Santa Agnese in Orvieto. Nuovamente sabato 30 giugno 1554 la tribuna della chiesa di San Nicola di Meana, per voto come riporta l'iscrizione frammentaria nel basamento della pittura, viene affrescata con pitture che rappresentano la Vergine in trono con il Bambino, circondata, in scomparti architettonici da Sant'Agostino, da Sant'Ambrogio, da San Giovanni Battista, da San Girolamo e da un altro Santo martire. Il castello e la chiesa vivono fino al secondo conflitto mondiale, ma poi cadono entrambi nel completo abbandono.