ItaliaSandro Bassetti, Castello Monaldeschi della Cervara, 05010 Monte Rubiaglio (TR), Italia. bassetti@libero.it Comunità Europea

Ad oltre 500 anni dall'impresa di Mattheo, questo zibaldone storico è dedicato alla famiglia Bassetti, la mia famiglia, ed a quanti conosciuti o meno discendono dallo stesso ceppo e sono sparsi in Italia e all'estero. Le origini storiche di questa famiglia risalgono al 1400 quando, anche allora, alcuni progenitori abbandonano Lasino, la loro patria natale in provincia di Trento, ed i propri parenti e migrano per causa di lavoro. Lasino, Trento, Verona, Treviso, Pola, Carpi, Rimini, Cesena, Gualdo Tadino, Parigi, Stroncone, Terni, Heidelberg, Roma, Napoli, Trapani, Costantinopoli, l'America, sono le tappe principali del loro pellegrinare. Prego tutti gli interessati di farmi conoscere tramite e-mail i loro commenti. I dati che seguono si riferiscono ai Bassetti delle Tre Venezie e non a quelli lombardi-brianzoli, omonimi, ma non affini.
 

Araldica

 

La descrizione araldica dei Bassetti, originari di Verona e Trento, è riportata di seguito, ripresa da diverse fonti. Il motto araldico è “His Fretus”, che significa “Qui sto”, “Qui rimango”. Ancestrale aspirazione per chi nei secoli ha sempre dovuto o voluto ricollocarsi continuamente in località sempre diverse. Anche l'insegna araldica è parlante: mostra un uomo nudo, quindi disarmato, che mostra nella mano destra, non utilizzata per reggere una spada, una palma od un ramoscello d'ulivo, ulteriore rafforzativo, simbolo di pace. L'uomo è in cima ad una possente torre che scoraggia e frena, da sempre, gli attacchi esterni. Si potrebbe riassumere l'impresa, o l'allegoria, con la frase: "Sono qui in pace, ma non provate a disturbarmi". Descrizione dell'arme: d'azzurro alla torre, torricellata di rosso, terrazzata di verde; dalla torricella un uomo nudo uscente tenente nella mano alzata un ramo di verde.

Gianfilippi Parenti marchese Giò Filippo, Dizionario blasonico delle famiglie nobili e notabili di Verona, pagina 8. Verona, 1907.

Alias: d'azzurro alla torre di argento merlata alla ghibellina, chiusa e finestrata di nero, movente da una cotissa di rosso e sormontata da un putto nascente di carnagione, avente nella destra una palma di verde.

Crollalanza commendator G. B., Dizionario storico blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, pagina 102. Bologna, Arnaldo Forni Editore.

Nobiltà del Sacro Romano Impero ed Austriaca. Famiglia originaria di Lasino, Calavino e Trento. Estinta. La nobiltà passò ai Baroni Ciani-Bassetti. Per estinta deve intendersi privata del titolo e dei possedimenti per dimostrata ostilità contro lo Stato.

Adriano Guelfi Camajani, Famiglie Nobili del Trentino, pagina 18. Studio Araldico di Genova.

I Bassetti di Trento sono ascritti alla nobiltà italiana.

Giovanni Dolcetti, Il libro d'Argento - Storia delle Famiglie Nobili e Cittadine, volume 4, pag. 134. Bologna, senza data. Forni Editore.

Nel Gothaisches Genealogisches Taschenbuch der Freiherrlichen Hauser, 1901 - 51° annata - Gotha, J. Perter. In 32' di VIII-918 p. vi è introdotta per la prima volta la famiglia tirolese Ciani-Bassetti.

Goffredo di Crollalanza, Giornale Araldico-Genealogico-Diplomatico, volume 9, pag. 35. Direzione del Giornale Araldico. Bari,1901.

Nella Biblioteca Cavagna Sangiuliani in Zelada sono conservati gli Alberi Genealogici di famiglie Lombarde. Codice in foglio massimo. Secolo XVIII. Contiene l'albero genealogico della famiglia Bassetti.

AA.VV., Rivista del Collegio Araldico. Pag. 630. Collegio Araldico Roma, 1906.

Stemma originario della Casata Bassetti

 
 
 
 

 

Cronologia sommaria

 

1499

Mattheo Bassetti da Lasino (Calavino-Trento), approssimativamente nato nel 1445 e morto nel 1510, cinquantenne Capitano della cavalleria della repubblica di Venezia, strappa Cremona al ducato di Milano, retto da Ludovico il Moro, e la conquista per la Serenissima. L'esercito veneziano è comandato da Nicolò III Orsini, conte di Pitigliano. Nello stesso anno partecipa alla conquista della Ghiaradadda e nel 1503 a quella di Faenza sempre sotto il comando del Pitigliano. Le cronache tramandano: "Ben lasciò prove del suo ingegno Giovanni Battista figliuolo di Ascanio della casa di S. Egidio ed Omobono. Ammesso al nostro nobil collegio de' giurisperiti nell'anno 1552 passò ad essere due anni pretore nella città di Pavia, e di là fu chiamato da Pio IV al governo civile di quella di Rimini, ove lasciò di sé la più onorata memoria. Ritornando in patria venne scelto decurione, ma essendo uomo di gran carattere, ne andò volontariamente in bando per fede al governo de' Sforzeschi invaso da armi esterne di Matteo Bassetti".

Vincenzo Lancetti, Biografia Cremonese, volume 2, pag. 520. Tipografia di Commercio al Bocchetto. Milano, 1820.

 

1520

Dominicus de Bassetis da Lasino, figlio di Matteo, è registrato come possidente.

 

1550

Hieronimus, figlio di Dominicus de Bassetis da Verona, Clausidicus sposa Domina Julia, altre fonti citano Elena, della quale si ignora il casato.

 

1585-1630

Nato a Verona nel 1585 da Hieronimus, Girolamo, battezzato il 17 gennaio 1586 in San Silvestro a Verona, Marcantonio Bassetti, secondo gli storici locali, inizia la sua attività alla scuola di Felice Brusasorci, per poi recarsi a Venezia, dove s'avvicina al Tintoretto, ma adottando forme di un tintorettismo fattosi più calmo e sistematico nella scuola di Palma il Giovane (Longhi, 1928, p. 62). Si reca quindi a Roma, con due suoi condiscepoli il Turchi e l'Ottino, dove rimane all'incirca dal 1615 al 1620. Egli è il più noto pittore della triade veronese (Bassetti, Turchi, Ottino) cui il Longhi dedica un suo illuminante studio nel 1928. A Roma è accanto al Saraceni nel dipingere opere in Santa Maria dell'Anima (purtroppo disperse) e sembra abbia rapporti anche con il Borgianni. Non è escluso, infine, anzi è palese, che non ignori l'arte del Fetti, al quale sembra accostarsi sempre più in altre opere della maturità. L'originale sua cultura veneta, desunta soprattutto dal Tintoretto, ha modo di adeguarsi, a Roma, alle nuove tendenze scaturite dalla riforma caravaggesca. Il tardo manierismo si trasforma in lui in una adesione ad un naturalismo sereno, senza espressione eccessiva, ma profondamente assimilato, come dimostra l'opera sua forse migliore, e cioè la pala dei Cinque Vescovi Veronesi, giustamente esaltata dal Lanzi per il fare grandioso delle figure e il robusto colorito di sapore tizianesco, nella cappella degli Innocenti nella chiesa di Santo Stefano in Verona (inviatavi da Roma) o quella dipinta per gli Agostiniani di Monaco, pubblicata dal Longhi nel 1943. Sebbene gli storici veronesi dedichino a lui minor spazio che all'Ottino e al Turchi, dei tre egli è senza dubbio il più aperto e personale. Secondo la testimonianza dello Zannandreis è più giovane dei due colleghi veronesi. Tra i tre Veronesi, soltanto il Bassetti, come i caravaggeschi di razza, ha la forza di liberarsi dalla sapienza ormai inutile del Rinascimento e ritornare rozzo e poderosamente territoriale (Longhi, 1928, p. 65). Sempre il Longhi avanza l'idea che il Bassetti e il Turchi abbiano lavorato con il Saraceni agli affreschi della sala regia in Quirinale, affidati al Saraceni medesimo, secondo i documenti, ed al Lanfranco. Tornato in patria circa nel 1620, compie poche altre opere per chiese di Verona e della provincia. Si ricordano nella cupola della cappella del Rosario in Santa Anastasia l'affresco dell'Assunzione, in S. Tommaso due tavole: l'Incredulità di S. Tommaso (firmata il 4 giugno 1627) e Madonna con il figlio e Santi (1628) ora al museo civico veronese, nella chiesa di S. Maria in Progno (Verona) una Madonna con Bambino e Santi. Si sono perduti altri lavori, nei quali ugualmente mostra, attraverso influssi manieristici romani, buone qualità di disegnatore (pratica molto il disegno a bianco e nero) e colorista su tradizioni venete. Dalla chiesa degli Agostiniani è passato alla pinacoteca Staatsgalerie di Würzburg, Monaco di Baviera, il Martirio di S. Vito fra i Santi Wolfango e Giorgio, una delle sue opere più celebrate. Muore di peste in Verona il 13 luglio 1630 e viene sepolto nel monastero agostiniano di Santa Eufemia. Alcune altre opere. Disegni, collezione Windsor, Gran Bretagna; Il Paradiso, Napoli, Museo di Capodimonte; Cristo deposto, Roma, galleria Borghese; Cristo spogliato, Milano, galleria privata; La Vergine che appare a quattro Santi, Museo Civico di Capodistria, Croazia; Vecchio con cane, Lisbona, Portogallo, collezione C. Crudell Goetz; Noli me tangere, Padova, raccolta privata; La Vergine e Sant'Anna appaiono a tre Santi, Uomo con guanto, Sant'Antonio che legge, Vecchio con libro, Verona, Museo di Castelvecchio; Danae, ubicazione ignota; La Vergine intercede presso il figlio, chiesa della Madonna dell'Uva secca a Povegliano, Verona; Natività della Vergine, chiesa di Santa Maria della Camaldola in Avesa, Verona; Quattro Santi, chiesa di San Clemente in Alcenago, Verona. Firma "Marcus Antonius Bassettus pinsit Verona".

Gaetano Moroni Romano. Dizionario di Erudizione Storico-Ecclesiastica. Vol. 94, pag. 151, 165. Tipografia Emiliana - Venezia, 1859.
Licisco Magagnato, Cinquant'anni di pittura veronese, Editore Neri Pozza. Verona, 1974.

 
Alcune opere di Marcantonio Bassetti conservate nel Museo di Castel Vecchio in Verona
 

1586-1630

Marcantonio Bassetti (Verona, 1586 – 1630) è pittore italiano. E' considerato il pittore più flessibile e originale della corrente veronese del suo tempo. E' allievo per un breve periodo di Felice Brusasorzi, e dopo il suo trasferimento a Venezia si avvicina alla pittura di Bassano ed in particolar modo a quella del Tintoretto. Trasferitosi a Roma nel 1616, subisce l'influenza post-caravaggesca superando le tendenze rinascimentali, come dimostra la sua Deposizione presso la Galleria Borghese e i tondi in chiaro-scuro alla Sala Regia in Quirinale. Si ispira alla luminosità caravaggesca non tanto per la forma quanto per intensificare colori e i risultati si vedono nel Martirio di S.Vito e la Pala dei cinque Vescovi veronesi (1619), consegnato alla chiesa veronese di S. Stefano. Rientrato a Verona, Bassetti si accosta alla scuola veneziana e in particolar modo a Domenico Fetti, mostrando tendenze alla ristrettezza cromatica e alla pennellata luminosa e densa. Seguono questa tendenza i ritratti conservati al Museo di Castelvecchio, quali il Vecchio lettore, il Vecchio col guanto, la Vecchia monaca. Le sue opere tarde, come l' Incredulità di S. Tommaso segnano l'inizio di una certa stanchezza d'ispirazione e d'esecuzione.

1615 luglio 4

Il notaio Giovanni Bassetti rogita all'erigendo beneficio una casa a Padergnone.

Don Modesto Lunelli, Calavino e la sua Pieve, Grafiche Artigianelli, Trento 1997, p. 143.

 

1609-1621

Nicolò Bassetti è parroco del decanato di Calavino.

Don Modesto Lunelli, Calavino e la sua Pieve, Grafiche Artigianelli, Trento 1997, p. 183.

 

1688

Antonio Bassetti da Verona, nipote di Claudio figlio promogenito di Gerolamo, è ascritto tra gli accademici neoterici. Le cronache registrano: "Allo scopo di sagrificare alla verità ogni riguardo e interesse, e di non perdonare a studio e fatica per rendersi più benemeriti della salute degli uomini, formarono in Verona un'accademia col titolo d'Aleofiti, benché comunemente subito furono chiamati Neoterici, e stabilirono 12 annue conferenze. Il conte Mezusbergo Serego, studioso di tal genere, destinò una sala terrena alle loro adunanze. Nel 1688 fu presidente il dottor Girolamo Allegri maggiore di età tra gli accademici: oltre quanto scrisse, compose due liquori che mischiati insieme impietrivano istantaneamente. Poeti: omissis. Antonio Bassetti".

Gaetano Moroni Romano, Dizionario di Erudizione Storico-Ecclesiastica, volume 94 pagina 229, Tipografia Emiliana. Venezia, 1859.

 

1700

Nel XVIII secolo, Giovanni Battista Bassetti, emigrato in Portogallo e residente in Lisbona, compone la lirica Lauda Jerusalem, salmo 147, per 4 solisti e coro. La musica è annoverata tra quelle classiche portoghesi ed è ancora prodotta. E' del 2004 un concerto ed un disco del Coro de Câmara de Lisboa, diretto da Teresita Gutierrez Marques (03’ 26’’).

 

1723

La famiglia nobile dei Bassetti di Lasino hanno i propri banchi nella chiesa parrocchiale di Calavino.

Don Modesto Lunelli, Calavino e la sua Pieve, Grafiche Artigianelli, Trento 1997, p. 71

 

Don Giandomenico Bassetti da Lasino è sacerdote nella curazia dipendente di Madruzzo.

Don Modesto Lunelli, Calavino e la sua Pieve, Grafiche Artigianelli, Trento 1997, p. 219.

 

1794

Il 7 febbraio 1794 nasce in Trento Tito Bassetti, letterato di bella fama, che fa uso del titolo di conte (muore il 6 marzo 1869 a Lasino nel Trentino), è uno dei più attivi patriotti trentini del Risorgimento. In causa della sua instancabile propaganda per la causa nazionale e degli aiuti dati ai Trentini che fuggono per arruolarsi nell'esercito italiano, è nella notte dal 23 al 24 giugno 1860, arrestato dalla polizia austriaca e deportato a Jung Bunzlau, in Boemia, ove rimane più di un anno scrivendo i suoi "Versi agli Italiani di un relegato". Si devono a lui alcuni "Versi per la nascita del Re di Roma" (Verona, 1811), i "Cenni sulla civiltà di Trento nei tempi passati" (Trento, 1857), ed altri opuscoli storici ed agricoli. Ricopre cariche importanti nel suo paese e ne promuove con grande attività gli interessi agricoli.


http://www.dizionariorosi.it/schedaPersona.php?id=1405.
Istituto Genealogico Italiano, Ufficio Araldico, Firenze, via Corta, 14, Palazzo Gondi, 1971.
http://library.duke.edu/rubenstein/scriptorium/mazzoni/exhibit/censorship/C512.html.

 
 
Libro su Tito Bassetti con pagine censurate dall'Imperial Regio Governo e riscritte a mano
Tito Bassetti
 

" Fu certamente un personaggio di rilievo, questo figlio della Valle di Cavedine che riusciva ad eccellere sia nelle lettere che nella meccanica, chimica, botanica ed agraria, tanto da tradurre in realtà molte delle sue idee d’assoluta avanguardia, ma la sua notevole figura è stata colpevolmente relegata nell’oblio del tempo ed oggi possiamo ben dire che pochi, anche a Lasino dove esiste la bella villa che fu la sua dimora estiva, ne conoscono la vera statura.
Di nobile e stimata famiglia originaria di Lasino, Tito Francesco Antonio de Bassetti figlio di Giovanni Battista e della contessa Maria Francesca Sardagna nacque a Trento, in Santa Maria Maddalena, il 7 febbraio 1794.
Fortemente attratto dalla figura e dalle gesta del Bonaparte, il suo pensiero ed il suo carattere si formarono durante il Regno d’Italia, mostrando fin da allora quell' amor di patria, che gli fu poi di guida per tutta la vita. Già dopo il termine degli studi liceali a Trento, fortemente convinto dell’italianità della sua patria e della sua gente, viaggiò per tutta la penisola trattenendosi maggiormente in Toscana dove completò gli studi assorbendo avidamente tutto ciò che era coltura, indole, arte ed educazione del popolo italiano, compresa la bella, rapida, spiritosa, parlata toscana che conservò sempre e che riuscì a dare un carattere elegante e signorile al suo modo di esprimersi ed a tutta la sua prosa. A Firenze conobbe e divenne amico di uomini illustri nelle lettere e nelle scienze, nonché ferventi patrioti come Nicolò Tommaseo, Theodor Mommsen, il marchese Cosimo Ridolfi, l’archeologo conte Giancarlo Conestabile della Staffa e l’editore Giovan Pietro Vieusseux, coi quali tenne una nutrita corrispondenza negli anni più interessanti del nostro Risorgimento.
Rientrato in Trento per seguire gli affari di famiglia, nel 1826 sposò Caterina, figlia del conte veneziano Antonio Revedin, prendendo dimora in un prestigioso palazzo in città al civico 309 di Contrada del Macello Vecchio, all’angolo con via Dietro le Rogge (è l’edificio che oggi ospita la Farmacia Gallo sull’angolo di via Mantova con via Roggia Grande). La nobile veneta, che Tito amò appassionatamente, gli darà ben dieci figli che, in perfetta sintonia col marito, alleverà ed educherà sempre negli ideali di italianità della loro patria.
Dopo la morte del padre e la divisione della sua eredità col fratello Francesco Antonio, nel gennaio del 1839, Tito entrò in possesso del grande fondo Alle Albere, con l’omonimo Palazzo, il Maso e le sue pertinenze, in possesso dei de Bassetti dal 1807 quando Giovanni Battista lo acquistò dal Governo Bavaro, nonché della bella villa con molti terreni a Lasino, luogo di origine della famiglia.
Avido di sapere, egli coltivò gli studi della storia, delle lettere e dell’etnografia trentina (a lui si deve la riscoperta dell’antica mascherata trentina detta “La polenta dei Ciusj-Gobi”, rappresentata ancor oggi a Trento nelle Feste Vigiliane), ma in età più matura si dedicò alla meccanica nella quale si dimostrò particolarmente versato, nonchè alle scienze e tecniche agrarie per assecondare gli interessi delle sue notevoli proprietà terriere. Autorevole socio fondatore della Società Agraria Trentina, fu il sagace pro-motore della Prima Esposizione Agricola ed Industriale del Circolo di Trento tenutasi nel capoluogo nel giugno del 1857, che riuscì una delle prime significative affermazioni della nostra terra nell’industria e mestieri, nell’orticoltura, nella frutticoltura e nel giardinaggio.
Per dare un’idea dell’ingegno del Bassetti basti ricordare che in questa mostra, risultò di gran lunga il principale espositore, soprattutto nel campo delle macchine, esponendo vari modelli di invenzione propria. Tra questi spiccavano, tanto per citarne solo i principali, un mulino a vento, un frantoio per l’olio, un carro meccanico per il trasporto di pesi eccezionali, una gru a collo allungabile, un trapano per le pietre, un’infernale batteria da caccia con dieci canne sovrapposte e girevoli in ogni direzione, un carro slitta con ruote alzabili a termosifone, un letto a forbice richiudibile. Bassetti fece poi la parte del leone anche in altri settori esponendo saggi di marmi, alabastri, piante, legnami, vini ed olio di propria produzione ed il cemento idraulico estratto dal monte della tenuta di Castel Toblino dei conti Wolchenstein del quale fu il primo scopritore (il cementificio di Sarche è ancor oggi attivo). Infine, notevole fu l’idea del filo ricavato dall’urtica nivea coltivata nel giardino o nell’orto di casa, ma specialmente interessanti furono i saggi di seta ottenuti da bachi nutriti con le foglie della maclura aurantiaca.
Bassetti mise a dimora diversi esemplari di questa eccezionale pianta nordamericana nei suoi possedimenti nel Piano Sarca e ne sperimentò l’impiego in bachicoltura, convinto che questo avrebbe portato un notevole beneficio alla nostra terra. Il gelso nostrano era, comunque, tutt’altra cosa, potendo vantare su di un potere nutrizionale delle foglie decisamente superiore a quello dello spinoso albero d’oltreoceano, tuttavia, i risultati ottenuti consentirono alla bachicoltura trentina di superare alla meno peggio quel brutto periodo.
Bassetti partecipò attivamente e con grande merito anche alla vita pubblica di Trento poiché fu chiamato a far parte prima del consiglio e poi della giunta comunale, facendosi valere ed apprezzare per l’onestà di principi e la fermezza di carattere. Fu autore di numerose pubblicazioni e convinto propugnatore del progetto di regolarizzazione dei Laghi di Santa Massenza, Toblino e Cavedine.
In quegli anni di contrasto con il governo austriaco egli partecipò con calore agli eventi irredentistici del Trentino, mantenendosi in stretto contatto col Comitato di Emigrazione Trentina di Milano che gli aveva affidato il pericoloso incarico della propaganda nazionale in patria, attirando su di sè gli occhi della gendarmeria, che lo descrisse come uno dei più arrabbiati nemici del governo esistenti in Trento, estendendo questo giudizio pure al figlio Gerolamo ed alla figlia Antonietta, moglie di Giovanni de Ciani, podestà di Trento.
Circondato da spie e sospettato per i frequenti contatti che egli aveva coi patrioti più in vista al caffè Lutterotti, noto convegno quotidiano degli italianissimi, nonché per i suoi rapporti giornalistici ed epistolari cogli amici toscani, il Bassetti venne incluso nella lista dei sospetti temibili e quindi la notte del 24 giugno 1860 venne arrestato nella sua villa di Lasino e condotto nelle carceri di Trento. Due giorni dopo, con altri sette compagni fu condannato al confino nell'interno della Monarchia ed inviato ad Iungbuzlau in Boemia. In quel remoto paese, cosi diverso dal suo per clima, lingua ed abitudini, egli rimase per oltre un anno, ma anche là quel signore dai capelli bianchi, dalla magra, snella, ma sempre vigorosa figura, col cappello a larghe tese inclinato verso l'orecchio sinistro, dallo sguardo franco, dalla faccia emaciata e rugosa incorniciata dalla candida barba, intento sempre ai suoi studi di agraria e di botanica, fu da tutti considerato con rispetto.
Ma per sua fortuna la draconiana disposizione alla quale fu obbligato destò in città la più profonda impressione, tanto più che le rigorose perquisizioni compiute nelle sue dimore di Trento e di Lasino, non avevano portato a nulla. Fu allora che il Municipio di Trento, facendosi interprete del diffuso malcontento per il severo provvedimento patito dal Bassetti, coll'approvazione unanime del Consiglio di rappresentanza, si rivolse al ministro Schmerling per ottenere il suo rimpatrio ed in conseguenza di ciò, agli ultimi di giugno del 1861, Tito fu rimesso in libertà e poté rientrare nella sua Trento. Negli ultimi anni della sua esistenza, l’intelligenza, la generosità, la giovialità di carattere e l’instancabile attività gli portarono la stima di tutti; le rughe che gli solcavano l'ampia fronte pensosa erano i segni, più che dell'età, delle battaglie combattute, lontano da ogni estremismo, per veder realizzate le legittime aspirazioni ad un più liberale ordinamento della società trentina.
Nel giugno del 1868, cioè pochi mesi prima della sua morte avvenuta nel marzo seguente, egli ebbe la grande gioia di essere ricevuto da Re Vittorio Emanuele II e con questo omaggio a colui che considerava il suo sovrano egli, settantacinquenne ancora pieno d’energie, degnamente chiuse la sua esistenza. Con lui scompariva, venerato dai suoi conterranei, un patriota, un cospiratore cauto, ma tenace, una ferrea figura di uomo libero sdegnoso di quella servitù ancora lontana dalla liberazione".

Tito Bassetti, un trentino che diede lustro alla sua terra. Articolo di Ennio Lappi pubblicato sulla rivista
Strenna Trentina.

 

1795 settembre 22 martedì

Molino Nuovo, o di S. Mamante, appartiene anticamente ai Polentani (da Polenta) di Ravenna per investitura avutane. Omissis... in seguito la Magistratura ricorre a Roma per annullare il contratto, sul motivo che è stata forzata alla concessione dal Card. Legato Colonna: insorge lite fra le parti, la quale è decisa in favore della Società in quanto sancita la validità dell'atto, e con profitto anche del Comune per i miglioramenti introdotti nei patti della stipulazione, avvenuta in Roma per rogito Bassetti 22 settembre 1795: l'annuo canone, libero da spesa, è convenuto in scudi 2900.

Primo Uccellini, Dizionario Storico di Ravenna e di altri luoghi di Romagna, pagina 305. Ven. Seminario Arciv.. Ravenna,1855.

 

1796

"E appresso lui si videro correre la via della santità nei secoli XVII e XVIII parecchie femmine, quali furono ... omissis ... Suor Chiara Francesca Teresa Bassetti detta Sivestri monache in questo Monastero di S. Chiara in Rimini."

Carlo Tonini, Compendio della Storia di Rimini, Parte Seconda, dal 1500 al 1861, pagina 323. Editore Emilio Renzetti. Rimini, 1896.

 

1799

Il Generale Gabriele Manthonè trovandosi al supremo governo delle armi in tempi difficilissimi, adotta tutti i provvedimenti possibili. Per sicurezza della città ordina meglio la guardia nazionale, l'accende nell'amore della Repubblica (Partenopea), le dà armi e bandiere con pompa solenne, ne fa capi Francesco Bassetti, Gennaro Serra e Francesco Grimaldi.

Atto Vannucci, I Martiri della libertà Italiana dal 1794 al 1848, volume 1, pagina 93. Editore Bortolotti Di Giuseppe Prato. Milano, 1887.

 
Il Generale Francesco Bassetti in uniforme grigia e rossa della Guardia Nazionale
Il Generale Gennaro Serra in uniforme grigia e rossa della Guardia Nazionale
 

1799 giugno 28 venerdì

Il medico Domenico Cirillo, arrestato in onta ai trattati, sopporta con eroico coraggio i tormenti del carcere e le villanie degli sgherri. La mattina del 28 giugno 1799 è sul vascello inglese dove leggevansi le sentenze e vi rimane col Presidente della Commissione esecutiva Ercole d'Agnese, con i generali Manthonè, Massa e Bassetti, e con i cittadini Borgia e Piatti.

Atto Vannucci, I Martiri della libertà Italiana dal 1794 al 1848, volume 1, pagina 117. Editore Bortolotti Di Giuseppe Prato. Milano, 1887.

 

Benedetto Croce, nella sua opera Varietà di storia, letteratura e civiltà, volume I, raccoglie stralci di documenti che si riferiscono a Francesco Bassetti, controversa figura di patriota e soldato. Tutti ricordano una pagina assai drammatica della drammatica Storia del reame di Napoli di Pietro Colletta, scritta nel carcere di Brunn in Moravia, che racconta un episodio delle condanne politiche del 1799 (libro V, cap. I): "Altri prigionieri nella fossa profonda del Castelnuovo tentarono il fuggire; aiutati da egregia donna, libera in città, perciocché nel tempo tristissimo che descrivo, impediti gli uomini dalla paura del pericolo, le donne presero il carico di assistere gli afflitti. Elle, spregiate nelle sale dei ministri, scacciate dalle porte delle prigioni, oltraggiate nella sventura dalle lascive degli scrivani e dei giudici, tolleravano pazientemente le offese; e senz'ardire o viltà tornavano il dì seguente alle medesime sale, alle medesime porte a dissimulare le patite ingiurie con la modestia o col pianto. Se alcuno sfuggì dalla prefissa morte, o se di altri scemò la pena, fu in mercé delle cure e della pietà delle donne. Delle quali una, per fatica e per cimenti, fece penetrare nella fossa lime, ferri, funi, altri strumenti; architetto della impresa il matematico Annibale Giordano, rammentato nel terzo libro; gli altri, addetti a segare i cancelli ed a comporre gli ordigni per discendere al sottoposto mare dalla darsena; dove piccola preparata nave li accoglieva. E già stando sul termine il lavoro, si allegravano della speranza di libertà quei prigionieri, diciannove di numero, ma di virtù smisurata, perocché tra loro vedevi Domenico Cirillo, Mario Pagano, Giuseppe Albanese, Logoteta, Pasquale Baffi, Prosdocimo Rotondo; quando nel pieno della notte, schiuse le porte, videro entrare nella fossa Duecce, un giudice di polizia, birri, sgherri, altre genti; e i due primi andar direttamente dove stavano sotterrati gli istromenti, e poi ad una cava ed a' cancelli, cammino disposto al fuggire; non come uomini che van dubbiosi, ma spediti e certi. Avvegnaché due de' prigionieri, lo stesso Annibale Giordano, provetto ne' tradimenti, e Francesco Bassetti, Generale della repubblica, palesarono al comandante del forte le avanzate pratiche in premio di salvezza. E difatti diciassette subirono infima sorte; i due vissero vita infame, corta il Bassetti, lunga e non misera il Giordano". I documenti pubblicati dal Sansone (Gli avvenimenti del 1799 nelle Due Sicilie. Palermo 1901), cioè le relazioni della Giunta di Stato e della Giunta di Governo, e altri scoperti poi e diligentemente commentati dal Pieri (Una pretesa cospirazione a Napoli nel settembre 1799, in Rassegna storica del Risorgimento, anno XV, 1927, pp. 488-506), rettificano, determinano e mettono sotto nuova luce il racconto del Colletta.

Risulta, in primo luogo, che il Giordano non è il denunziatore del concertato disegno di evasione, ma viene lui denunziato dal Bassetti, il quale il 23 settembre del 1799, alla vigilia della esecuzione della sentenza capitale che gli pende sul capo, ne ottiene la sospensione promettendo di svelare una grande cospirazione nel Regno; e qualche giorno dopo, quasi a pegno della verità che avrebbe fatta conoscere, dice che il Giordano, suo compagno di carcere in Castelnuovo, si è procurato una segreta corrispondenza col di fuori, per mezzo della quale riceve cert'oppio, una lima e molle d'orologio, e varie lettere contenenti una cospirazione tanto in Napoli che nel Regno. In effetti, eseguita una perquisizione, viene trovata nascosta sulla persona del Giordano una certa quantità di oppio e in una fossa della cateratta del carcere pezzi di una lettera dalla città, che dà informazione su quel che si sta operando contro i rei di Stato; ma non si trovano né la lima né le molle d'orologio. Risulta, in secondo luogo, che il Bassetti rivela nei giorni appresso molti nomi e particolari di una cospirazione che si prepara, e nella quale avrebbe avuto parte principale Luigi Medici. In terzo luogo, che anche il Giordano si fa innanzi, nell'ottobre, come denunziatore della stessa cospirazione, e direttamente del Medici. Distinguendo il tentativo di evasione dalla cospirazione, circa questa seconda è da ritenere che tanto il Bassetti quanto il Giordano mettano insieme fandonie con l'unico fine di ritardare l'uno l'esecuzione e l'altro la pronunzia della condanna di morte, aspettando qualche indulto generale o il rilassamento della ferocia dei primi mesi della reazione. Il Giordano, in particolare, ricorre al vecchio suo espediente, che già gli è servito nel 1794, di tirare in ballo e compromettere il sempre sospettato Medici.

Il Bassetti riesce al suo intento, perché ottiene, alla fine, commutata la condanna di morte nella detenzione nella fossa della Favignana, l'orrida cava sotterranea di tufo, e il Giordano non evita la condanna di morte, che è pronunziata dalla Giunta di Stato il 28 gennaio dell'anno dopo e approvata dal re, ma poi, non si sa precisamente come, viene graziato, sembra per legami assai stretti che egli e la sua famiglia hanno con la corte e in particolare con la regina Carolina, e mandato a raggiungere l'altro nella fossa della Favignana.

Quanto al primo punto, che è quello del tentativo di evasione, i documenti ufficiali confermano quel che si sa per tradizione, cioè che aiuta dal di fuori una donna, una delle sorelle Chiarizia, Cristina o Carmela, o forse tutte e due. Certo, Carmela, che è moglie del colonnello Domenico Moscati, ardente giacobino e partecipe alle spedizioni militari della repubblica, è arrestata ai primi dell'ottobre e il marito viene poi sfrattato dal Regno. Ma quei documenti non dicono altro di più particolare, riducono a poco, cioè solo a un inizio di preparazione, quel disegno di evasione, che il racconto, raccolto dal Colletta in modo conforme alla leggenda (la quale sorge assai presto) descrive come di grande portata e prossima a felice riuscita. E' da ricordare per altro che il Giordano nel 1795, evade col fratello dal Castello dell'Uovo, e può esser considerato, anche per le sue cognizioni scientifiche, un tecnico di simili imprese: cosicché non è inverosimile che con lui si macchini la salvazione di uno o più patrioti.

Qualche cosa mi pare opportuno aggiungere sul Bassetti, il quale è un oriundo francese, appartenente all'esercito napoletano e, nel 1798, Capitano. Quantunque le lacune che si lamentano nelle carte dell'Archivio militare di Pizzofalcone non mi abbiano consentito di ricostruire la sua vita e carriera, dirò che parecchi altri del suo cognome erano nell'esercito napoletano: nel reggimento Borgogna, l'anno 1788, tra i cadetti un Pietro Bassetti, e luogotenente nella compagnia dei fucilieri un Luigi Bassetti (Général Guillaume. Quatre régiments wallons au service du Roi des Deux-Siciles. Bruxelles, 1869, pp. 44, 46), il quale poi come capitano andò nel 1793 con la sua compagnia all'impresa di Tolone (A. Simioni. I napoletani a Tolone, in Arch. Stor. nap., XXXVII, 630: viene collocato a riposo come tenente colonnello nel 1809, per avere oltrepassato i cinquant'anni di età e i trenta di servizio (Arch. milit., Ministero Guerra, fasc. 368, pratica 8888). Un Pasquale Bassetti, nato nel 1763 a Messina, massone e dichiarato repubblicano nel 1799, è destituito nella reazione, rientra nell'esercito nel 1806, come carbonaro viene scrutinato dalla Giunta nel 1822, e, vecchio capitano, addetto al Collegio militare, muore nel 1823, lasciando parecchi figliuoli (Arch. milit., Minist. Guerra, fasc. 862, prat. 8572; Giunta di scrutinio militare, 31 gennaio 1822, p. 140); un sergente Giacomo Bassetti è nel 1799 nel reggimento Albanesi (Pieri, art. cit., p. 495 n.); tra gli sfrattati dal Regno, è segnato un Domenico Bassetti, di Metz in Lorena, figlio del fu Giacomo, di anni quarantatré (Filiazioni dei rei di Stato, p. 20).

Sono di quelle famiglie formatesi nel Regno da militari venuti a servire in reggimenti reclutati all'estero. Come e perché il Capitano Francesco Bassetti assorga nella Repubblica napoletana a Generale, non si sa bene; ma forse concorrono a questa fortuna, che del resto ha in comune con altri militari di allora, la sua appartenenza alla massoneria e ai segreti clubs giacobini. In lui, negli ultimi mesi, si ripongono speranze come in uomo ardito e capace: deve comandare una spedizione contro i briganti Mammone e Fra Diavolo; avvicinandosi le masse del Ruffo, egli tiene sgombra di nemici la strada fino a Capua, ma poi torna respinto e ferito in Napoli (De Nicola, Diario, I, 173, sotto il 6 giugno: "Giuseppe Schipani ha dato conto di aver battuto l'insurgenti della Torre e Bassetti quest'oggi quei della Barra"). Il 13 giugno, con piccola mano corre il poggio di Capodichino, minacciando, per le viste più che per le armi, l'ala diritta dell'immensa torma che avanza nei fertili giardini della Barra; ma, ucciso il Wirtz al ponte della Maddalena e superata la resistenza colà dei repubblicani, ed essendo i borboniani e i lazzari usciti dalle case per andare armati contro la schiera di Bassetti, questa, saputa la morte di Wirtz, la perdita del ponte e il campo fugato, si ritira, aprendosi il varco fra le torme plebee, nel Castelnuovo. Così il Colletta, che informa con sufficiente esattezza circa quei casi militari, dei quali è testimone.

Un altro contemporaneo ce lo mostra, a coadiuvare nella difesa il Wirtz e il Manthonè, e il 10 giugno, chiamate a raccolta le guardie nazionali, elogiare il loro zelo e mostrar loro in un discorso energico la necessità di vincere o di morire, e il 13, fare, insieme con Gennaro Serra, il suo dovere e repousser l'ennemi; e il 14 spedire, d'accordo col Manthonè, dal Castelnuovo un corriere allo Schipani alla Torre dell'Annunziata con ordini e disposizioni militari (Mémoires pour servir a l'histoire des derniéres revolutions de Naples di B. N. témoin oculaire. Gênes, 1803, pp. 156, 160,173). Esiste infatti una sua lettera allo Schipani, che fu trovata sul cadavere di un capitano appartenente a quella legione, battuta dalla gente del Ruffo il giorno 14 (la lettera è riportata in D. Petromasi. Storia della spedizione dell'Em. Card. Fabrizio Ruffo. Napoli 1801, pp. 66-67).

C'è chi lo accusa di essere stato cagione del fallimento della difesa predisposta dal governo repubblicano, il quale vieta di attaccare battaglia il giorno 13 giugno, sacro a sant'Antonio, che nella credenza delle masse e del volgo napoletano è quello della vittoria delle armi regie: "Il generale Bassetti pose in non cale gli ordini del governo. Perocché, recandosi ad ingiuria che un ammasso vile di assassini e di schiavi avesse spinto l'ardimento fin ad insultarli sotto le mura di sì vasta e popolosa città, senza calcolare le conseguenze, ma secondando unicamente gl'interni sproni di vendetta e gli stimoli di cieca gloria, nella sicurezza di vincere si cacciò oltre colla piccola armata, e attaccò fatto d'arme. Batté di fatto e piegò la vanguardia nimica fin quasi sotto le bandiere del quartier generale a Portici; e v'ha chi assicura che fu tale lo sbalordimento di Ruffo, che fu sul punto di fuggire. Ma non seppe Bassetti trarre profitto né dalla sua imprudenza né dalla vittoria. Quasi che l'impresa fosse compiuta, non si occupò né di riordinare le sue truppe né di fare ciò che, in quelle circostanze, la tattica, la prudenza e la sicurezza esigevano; ma, abbandonandole, per così dire, al caso, volle egli in persona recarne la lieta nuova alle due commissioni" (Storia manoscritta della rivoluzione napoletana del 1799. Autografo di un anonimo profugo napoletano, esistente tra le carte Ginguené nella Bibl. Nation. di Parigi, Fr. Nouv. Acquis. n. 9219. E' stata pubblicata da Benedetto Croce nella rivista La Critica, anno XXX, 1932). E' tra coloro che difesero il Castel dell'Uovo, che erano coperti dalla capitolazione, poi violata.

Nessuna accusa viene, dunque, mossa, né sulla sua fedeltà repubblicana e neppure sul suo coraggio personale in quei fatti d'arme, sebbene fondati dubbi sorgano sulla sua capacità e ponderatezza. Ma agli ultimi di settembre, condannato a morte e trasferito dal Castelnuovo al Castello del Carmine, prossimo al luogo dell'esecuzione, che deve accadere il giorno 24, egli non resiste all'idea della forca che l'aspetta in piazza del Mercato, e fa quel che fa: denuncia, promette maggiori denuncie se lo lasciano lavorare in segreto, dice nomi e fatti, reali o immaginati, si avvilisce in tutti i modi, e così scampa alla morte, alla quale gli altri ufficiali suoi colleghi sono mandati. Non è dato assodare quale e quanto danno effettivo arrechino alle speranze di salvezza dei repubblicani imprigionati, e alle persone di coloro che procurano di aiutarli, le sue rivelazioni; e forse egli pensava d'imbrogliare i giudici e fare il minor danno possibile: tanto che ancora nel gennaio del 1800 il luogotenente generale del regno, principe di Cassaro, propone che subisca la pena capitale, perché, evidentemente, non ha avuto altro intento che di "sfuggir alla pena di morte", mentre egli è "uno dei più gravissimi rei" (Pieri, art. cit., p. 505). Disperato, cerca a sua volta di evadere da quella prigione, e si procura da un soldato una lima che gli viene trovata addosso insieme con alquanto danaro (Pieri, op. cit., p. 504: cfr. Marinelli, Giornali, Ed. Fiordelisi, p. 123). Nel carcere della Favignana resta minor tempo che non si aspetti; perché, in conseguenza della pace di Firenze e dell'indulto promulgato, nel maggio del 1801 egli e il Giordano sono di nuovo liberi in Napoli, con grande scandalo dei borbonici e altresì degli antichi repubblicani (De Nicola, Diario, II, 70, 79). Ma né all'uno né all'altro l'aria di Napoli si confà più.

Nel Rapporto di Francesco Lomonaco del 1800 è stampato: "Francesco Bassetti e Annibale Giordano sono stati i soli vili che indultaronsi e scovrirono i patrioti occulti" (in appendice al Saggio di Vincenzo Cuoco, ed. Nicolini, p. 307). Nei Mémoires di B. N. (attribuiti a un Nardini) si racconta: "Manthoné, sortant de la prison, aperçut tous ses compagnons, et en les embrassant les uns après les autres, il observa que le général Basset n'était point parmi eux: il en demanda la cause. Apprenant qu' il avait conservé sa vie en dénonçant à la Junte d'état plusieurs patriotes inconnus: Ah! vil assassin de tes frères (s'écriat-il)... Vous m'êtes temoins que j'avais découvert sa bassesse et que je voulais le faire fusiller il y a quelques jours. Mais il ne jouira pas long temps du fruit de sa lâcheté, et il mourra dans l' infamie puisqu' il n'a pas sur mourir avec honneur. Et ayant ainsi parlé, il marcha à l'échafaud avec les siens" (Mémoires, op. cit, p. 218).

Nei discorsi dei patrioti, confondendosi le parti del Bassetti e del Giordano, si parla della mancata liberazione del Cirillo, del Pagano e degli altri per il tradimento di quei due. Il governo restaurato non può vederli di buon occhio sicché il Giordano, com'è noto, va via da Napoli, spezza la carriera scientifica già da lui splendidamente iniziata, s'impiega in Francia nel corpo degli ingegneri del catasto col nome di A. J. R. Jourdan, diviene geometra capo del dipartimento dell'Aube e muore a Troyes il 13 marzo 1835, onorato da tre elogi funebri, che sono a stampa, di suoi amici ed estimatori francesi: "vita lunga e non misera", come dice il Colletta.

 
Napoleone Bonaparte
 

E il Bassetti? Se ne va a Costantinopoli, come può vedersi da questa lettera da lui diretta nel 1806, da Parigi, al ministro della Polizia generale dell'Impero, dopo che il regno di Napoli viene rioccupato dalle armi francesi, e che io ho ritrovata tra le carte della Polizia francese di quel tempo:

"A Son Excellence le Ministre de la police générale de l'Empire

François Basset sujet de Sa Majesté Sicilienne a l'honneur d'exposer a Votre Excellence qu' ajant perdu son emploi de Cap.ne Com.t et tous ces bien par la revolution qu'eut lieu à Naples l'année 1799, fut obligé après avoir soufert un affreux et très long emprisonnement de s'expatrier pour se mettre à l'abrit de persecutions de la cidevant Reine des deux Siciles. Par cet effet il se transporta à Constantinople, comme pays de grand commerce, pour tacher de reparer en partie ses disgraces et ses pertes. Mais malheuresement après une longue et paisible demeure en la dite ville de Constantinople, s'y étant rependu le bruit l'annee passée que la Russie auroit forcé la Porte a declarer la guerre a la France, le petitionnaire qui étoit sous la protection des Français, prit le parti (que plussieur Français executerent) d'abandonner Constantinople pour ne pas être exposés aux violences des Turcs. Se pour cela, Monseigneur, qu'il est venu en France avec l'expoire, comme étant fils de Français, d'être emploje dans les Armées Impériales. Mais voyant à la fin aprés plusieurs pétitions umiliées qu'il n'étoit pas possible de réussir a son projet, s'est determiné de rentrer a Naples pour demander la grâce de la reintegration de son emploi de Capitaine et d'être emploje à l'expedition de la Sicile. Par cette raison a l'honneur de prier Votre Excellence d'avoir la bonté de l'admettre à la jouissance de la gratifications que la munificence de Sa Maiesté Imperiale et R.le a destiné a tous les individus de Royaume des Deux Siciles qui se rendent a leur patrie. En attente de cette faveur, il a l'honneur etc.

Paris, le 15 juillet 1806.

Le très humble et très obeissant serviteur François Basset

Le petitionnaire demeure à Paris depuis quatre mois, logé Rue Tire-Charpe n. 7.

(Trascrizione senza correzione degli errori ortografici e grammaticali del testo).

Archivio Nazionale di Parigi, Police générale, Affaires politiques, F7, 6474.

Del Sangiovanni (n. in Laurino nel 1776, morto in Pozzuoli nel 1849), che fu poi professore di zoologia nella Università di Napoli, può vedersi la biografia in E. O. Matroianni, Il R. Istituto d'Incoraggiamento di Napoli. Napoli, 1907, pp. 193-4. Le autorità francesi cercarono informazioni intorno a lui presso gli altri esuli napoletani ancora in Francia, e ne ebbero da uno dei più stimati, il medico Giosuè Sangiovanni, il quale, partecipe alla Repubblica, dopo aver sofferto lunga prigionia in Napoli, era stato sbarcato a Marsiglia e di là si era recato tra il settembre e l'ottobre del 1801 a Parigi, dove attendeva a perfezionarsi nelle scienze fisiche e naturali. Sopra un foglietto, unito alla domanda, si legge: "François Basset. Il était même général de la garde nationale de Naples, s'est bien battu; a été pris dans le Chateau de l'Oeuf, et s'est très bien conduit dans les affaires de Naples. Seulement, en prison, il a passé pour avoir faibli; et vraiment il est difficile de concevoir qu'il ait pur échapper au supplice après tout ce qu' il avait fait. Renseignements de M. Sangiovanni, qui s'est battu avec lui et sous ses ordres". In conseguenza di queste informazioni, non false ma d'intonazione benevola, gli fu scritto il 19 luglio 1806, che passasse alla cassa a riscuotere il sussidio di franchi 486 (un franco a lega) pel ritorno a Napoli. Se tornasse realmente a Napoli, non sappiamo; ma, se vi tornò, certamente non poté essere accolto nel nuovo esercito napoletano che si ordinava sotto Giuseppe Bonaparte. Il Colletta dice, come s'è visto, che ebbe "vita corta": dové, dunque, morire poco dopo il 1806.

Croce Benedetto. Varietà di storia letteraria e civile, serie prima. Bari, 1949. Giuseppe Laterza & Figli Editori

 

1820

Molti dei fuggiti dal capestro riparano in terra di Spagna, dove durano ancora gli ordini costituzionali inaugurati nel 1820 e vengono accolti con ogni dimostrazione di onore e di festa a Barcellona ed a Terragona appena vi giungono nel mese di aprile.

Atto Vannucci, I Martiri della libertà Italiana dal 1794 al 1848, volume 1, pagina 209. Editore Bortolotti Di Giuseppe Prato. Milano, 1887.

 

1822-1827

Dopo i fermenti iniziati nel 1821 la Grecia, facente parte dell'impero ottomano, insorge contro i Turchi che la occupano e ad Epidauro nel 1822 viene proclamata l'indipendenza e costituito un governo guidato da Maurocordato. Violente e possenti sono le stragi delle popolazioni cristiane eseguite dai Turchi. Contemporaneamente, però, in Europa il movimento filoellenico, alimentato dagli ideali spirituali e culturali del romanticismo, trova largo seguito concretizzandosi in aiuti effettivi. Molti volontari accorrono in difesa dei ribelli e, fra questi, il poeta George Byron ed il patriota piemontese Santorre di Santarosa che muoiono combattendo. L'intervento della flotta egiziana consente ai Turchi di rioccupare la Grecia nel 1827, dopo la disperata difesa e la caduta di Missolungi. Gli Stati europei di fronte al pericolo della potenza turca, dopo aver invano proposto una mediazione, distruggono la flotta turco egiziana nella rada di Navarino (Pylos) il 20 ottobre del 1827. La guerra si conclude con la pace di Adrianopoli nel 1829 e la successiva conferenza di Londra nel 1830 che riconosce l'indipendenza del regno di Grecia. Nel 1841 le loro maestà il re Ottone e la regina Amelia fanno erigere nella chiesa della trasfigurazione in Nauplion un monumento, un piccolo tempio formato da quattro colonne, con i nomi dei 266 filelleni europei caduti per l'indipendenza dei Greci. Sul timpano è scritto: "Aux defenseurs heroiques de la patrie - a la memoire - des philellénes - morts - pour l'indipendance" e sul cornicione: "Hellènes nous ètions et sommes avec vous la Grèce, le roi et leurs compagnons d'armes reconnaisants". Dei 266, 42 sono Italiani: i luoghi delle battaglie sono: Anatolico, Arta, Atene, Cranidi, Guidari, Missolungi, Nauplia, Patissa, Patrasso, Pedemen, Peta, Sfacteria, Tacticopoli, Tripolizza, Tris Pirgos, Zea.

 
Ingresso di Re Filippo in Nauplion.
 

1825

Di questi e degli altri caduti per l'altrui libertà fu fatta memoria anche nel monumento provvisorio eretto l'anno 1841 a Nauplia (Napoli di Romania - Nauplion) nella Chiesa della Trasfigurazione, sotto gli auspici del Re Ottone e della Regina Amelia, a onore dei Filelleni europei che si sacrificarono per l'indipendenza dei Greci. Tra i 266 nomi scritti sopra quattro colonne sorgenti sul davanti del monumento troviamo quelli di 42 italiani di nazione o d'origine. Di essi poniamo qui il catalogo, perché mentre conferma la morte di quelli già da noi ricordati, aggiunge molti nomi che non si vedono menzionati da altri, e vi aggiungiamo tra parentesi i luoghi dove ciascuno morì, secondo le indicazioni del monumento: Brollia, Anatolico; Monaldi, Arta; Dosio Giuseppe, Atene; Forzani, ivi; Lanzana Serafino, ivi; Pisa Vincenzo, ivi; Riviero Michele Ferdinando, ivi; Pecorara Antonio, Guidari; Scarpa Giuseppe, Cranidi; Carlino, Missolungi; Forti, ivi; Rasieri, ivi; Arolani Andrea, Nauplia; Aimino Vincenzo, ivi; Bassano Antonio, ivi; Cornaglia Luigi, ivi; Ferrero Luigi, ivi; Gibellini Giovanni, ivi; Bruno, ivi; Montanelli Giovanni, ivi; Rossarol Giuseppe, ivi; Gambini Pasquale, Patissa; Cavallo Giovanni Battista, Patrasso; Bassetti, Pedemen; Battilani, Peta; Bifrare, ivi; Dania Andrea, ivi; Plenario, ivi; Tarella Pietro, ivi; Tirelli, ivi; Torricella, ivi; Viviani, ivi; Santarosa, Sfacteria; Gamba Pietro, Tacticopoli; Roccavilla Michele, ivi; Balzani Giuseppe, Tris Pirgos; Bassano Pasquale, ivi; Galdo, ivi; Lasso, ivi; Rittatore Damiano, ivi; Andrietti Francesco, Tripolizza; Barandier, Zea. Le epigrafi sul timpano e sul cornicione riportano:

AUX DEFENSEURS HEROIQUES DE LA PATRIE

A LA MEMOIRE

DES PHILELLENES

MORTS

POUR L'INDEPENDANCE.

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HELLENES NOUS ETIONS ET SOMMES AVEC VOUS

LA GRECE, LE ROI ET LEURS COMPAGNONS D'ARMES RECONNAISSANTS.

Atto Vannucci, I Martiri della libertà Italiana dal 1794 al 1848, volume 1, pagine 284-5. Editore Bortolotti Di Giuseppe Prato. Milano, 1887.

 

1825 agosto 31 mercoledì

I condannati dal cardinale Rivarola. Vittime del dispotismo papale. Più di cento furono condannati alla prigionia e alla galera, alcuni a perpetuità, e altri per venti anni, per quindici, per dieci, ecc.. tra i quali si vedono parecchi ufficiali che già avevano fatto belle prove nell'esercito del Regno Italico. Omissis.... condannati alla detenzione per venti anni: .....; Bassetti Luigi dimorante a Cesena, possidente (contumace) .....

Atto Vannucci, I Martiri della libertà Italiana dal 1794 al 1848, volume 2, pagina 14. Editore Bortolotti Di Giuseppe Prato. Milano, 1887.

1830

Vaticano, Basilica di San Pietro, nella parete sinistra della tribuna:

ADSTABANT EPISCOPI

omississ......

PETRUS CHRYSOLOGUS BASETTI

EP. BURGI S. DOMNINI

Stemma del Vescovo Pietro Crisologo Bassetti

Vincenzo Forcella, Iscrizioni delle Chiese e d'altri Edifici di Roma, volume 6, parte I, pagina 886. Editore Ludovico Cecchini. Roma, 1875.

 

1849 febbraio 9 venerdì

Viene proclamata la repubblica romana, il granduca di Toscana fugge, Bologna è in mano dei patrioti, Venezia torna a scrollarsi dal giogo austriaco. Il Piemonte ritenta l'avventura dell'anno prima: il comando dell'esercito è affidato al generale Chrzanowscki, veterano dell'esercito di Napoleone ed esule polacco, che non conosce il terreno e non sa parlare l'italiano. Le operazioni durano solo tre giorni dal 20 al 23 marzo e finiscono con la sconfitta di Novara. Carlo Alberto abdica in favore del figlio Vittorio Emanuele II. Garibaldi, con 2.000 uomini esce da Roma il 4 luglio e tenta di raggiungere Venezia che ancora resiste: non vi riesce e Venezia si arrende venerdì 24 agosto 1849.

 

1849 aprile 29 domenica

Pasquale Bassetti di Luigi, repubblicano, partecipa attivamente alle azioni rivoluzionarie contro lo Stato pontificio che occupa la sua terra nativa e di adozione. La storia riporta: "Ricorderò infine come il Card. Marini, fuggito da Roma, si fosse rifugiato a Montecchio, sui confini del nostro territorio, presso la famiglia di certo Nicola Mancini. Saputolo alcuni della Città, ne avvertirono il Corpo di Volontari mantenuto dal Conte Luigi Pianciani di Spoleto ed i Piancianisti, come presso di noi erano allora chiamati, si mossero da Cantiano e recatisi in Gualdo si unirono ad alcuni cittadini guidati da Renzini Vincenzo, partendo poi per Montecchio con lo scopo di catturare il Card. Marini, che avvertito da tal Pagliarini, Gualdese, poté però mettersi in salvo, non restando ai Volontari del Pianciani, altra soddisfazione che quella d'impadronirsi di coloro che l'avevano ospitato e nascosto. Ma intanto le truppe dei Francesi sotto il Comando del generale Oudinot, nel mese di aprile, sbarcavano a Civitavecchia e si preparavano a marciare su Roma, per stabilirvi l'abbattuto regime. La nostra Città, insieme alle consorelle dell'Umbria, protestava fieramente contro la proditoria spedizione Francese, con due proclami che qui piacemi riportare nella loro integrità: All'Assemblea Costituente i Soci del Gabinetto Letterario di Gualdo Tadino.

La nostra Repubblica, sorta ed inaugurata dal voto di tutti i Popoli Romani, ha dichiarato che la Francia, con un improvviso intervento armato, non richiesto né provocato dalla nostra condotta, ha violato nel nostro territorio della Repubblica Romana, il diritto delle Genti, rinnegando ai suoi principii di voler per se l'indipendenza e tentare intanto di abbatter quella di un Popolo pacifico. Ha dichiarato inoltre di esser fermamente pronta alla difesa, ed infine ha protestato di voler respingere la forza con la forza, contro l'operato dei Governanti la Francia, in offesa alla dignità di un Popolo libero. Ond'è che noi, in adesione unanime all'Assemblea medesima ed al Triunvirato, protestiamo contro la illegale ed ingiusta invasione, dichiarando lo stabile proposito di resistere con tutti i mezzi di cui siamo in potere, rendendo mallevatrice la Francia di tutte le conseguenze, essendo nostra decisa volontà di non sottostare più all'abborrito Governo, che il popolo ha rovesciato, e con quest'atto smentire la bugiarda calunnia di anarchia. Chi anela alla libertà saprà superare ogni ostacolo, il tentativo di pochi, il tradimento di molti. Alle parole corrisponderanno i fatti, ed i reazionarii assolutisti impareranno quanto è la potenza di un popolo che volle e vuole la propria libertà, che ha proclamato solennemente la propria indipendenza e che, abbandonato a se stesso, ha conservato mirabilmente l'ordine e la tranquillità. Dio e popolo è la nostra divisa. In Lui fiducia, in questo la forza. Gualdo Tadino 29 aprile 1849. Ore 7 pomeridiane.

Leopoldo Avv. Quadri, Pietro Ferrari, Tommaso Tini, Angelo Ottoni, Angelo Felizianetti, Angelo Sergiacomi, Michele Granella, Orazio Pericoli, Muzio Sinibaldi, Enrico Ottoni, Emiliano Giorenghi, Librorio Pericoli, Fabio Bartolomei, Giuseppe Minelli, Ciriaco Angeli, Vincenzo Sergiacomi, Luigi Amoni, Vincenzo Guerrieri, Marco Gherardi, Raffaele Scatena, Giovan Battista Angeli, Valeriano Ronca, Pietro Amoni, Giuseppe Angeletti, Giuseppe Lucantoni, Luigi Petrozzi, Achille Ottoni, Angelo Moretti, Giuseppe Scatena, Luigi Angeli, Antonio Morosini, Girolamo Righi, Pietro Teodori, Giuseppe Maria Travaglia, Vincenzo Renzini, Gaetano Coppari, Andrea Venturi, Eugenio Pignani, Alessandro Colbassani, Alessandro Sergiacomi, Pasquale Bassetti, Agostino Pierotti, Giuseppe Stinchi, Giuseppe Barnaba Panunzi, Raffaele Pericoli, Giuseppe Angeletti di Angelo, Vincenzo Loreti, Giovanni Dolfi, Domenico Arduini, Lorenzo Scaccia, Paolo Premoli, Venanzio Silvani, Giovanni Angelo Pantalei, Francesco Donnini, Nicola Felizianetti, Luigi Loreti, Vincenzo Ribacchi".

Ruggero Guerrieri, Storia Civile ed Ecclesiastica del Comune di Gualdo Tadino, Scuola Tipografica 'Oderisi' . Gubbio, 1933.

 
Giuseppe Mazzini
 

1849 luglio 4 mercoledì

Nonostante la più fiera resistenza la Repubblica Romana muore e cominciano le rappresaglie e vendette da parte dei Papalini.

 
Giuseppe Garibaldi
 

1849 agosto 14 martedì - 17 venerdì

Luigi Bassetti, del fu Francesco e della fu Elisabetta Baldani, di anni 65, latitante politico di fede repubblicana, padre di Pasquale da Gualdo Tadino, ospita Giuseppe Garibaldi nella sua casa nel Palazzo Conti di Castrocaro, detto del Diavolo, posto in parrocchia di Gioia della Comunità di Terra del Sole e Castrocaro, e lo aiuta poi nella sua marcia verso San Marino. Fattosi annunciare dalla moglie di Domenico Casadio colona del palazzo, Garibaldi venne introdotto nella sua camera, e, messolo a parte della sua delicata missione, trovò il Bassetti subitamente favorevole alle sue confidenziali proposte, sebbene il Bassetti non ignorasse il bando feroce del generale Grorzkowsky, col quale si condannava all' immediata fucilazione chi avesse dato ricetto all'indomito capitano nizzardo, sfuggito prodigiosamente agli artigli dell' aquila bicipite. Il cronista scrive: "Accompagnato il Garibaldi ai confini dello Stato della Toscana nella Valle del nostro Montone (Comune di Terra del Sole e Castrocaro), venne affidato a un certo Signor Luigi Bassetti di Teodorano, in quel torno, egli pure profugo dalla patria e abitante al podere detto il Palazzo del Diavolo, in su quel della Parrocchia di Ciola o di Monte Poggiolo, che l'ospitò, dalla notte del 14 alla sera del 17 agosto 1849, con tutti i riguardi dovuti. Avuto il Bassetti avviso dagli amici di Romagna di condurre il generale al Verità di Modigliana, e sospinto dalle preghiere dello stesso Garibaldi, che desiderava, non ostante che i militi toscani non gli dessero timore, di continuare il suo viaggio, avvisò ben fatto fidarsi della lealtà e del patriottismo dell'amico Signor Anastasio Tassinari dalla Badia di Dovadola e così fece. Quindi, accostatosi egli agli amici Gaetano Fiorentini, Francesco Mini, Michele Ravaglioli di Castrocaro e Luigi Tassinari, detto Ceraccia di Terra del Sole, confida loro il segreto, pregandoli di convenire segretamente nello stesso giorno, 17 agosto, alla sua campestre abitazione. Così, combinate le cose cogli amici, essi si traggono per vie diverse al Palazzo: ripartono col Generale e col suo Aiutante, Battista Leggero dell'Isola della Maddalena; evitando di passare per Terra del Sole, tengono il sentiero, ch'era in allora dietro le mura; percorrono la remota via, detta di Monte Calvario, e penetrano in Castrocaro, come se avessero fra essi due loro conoscenti ed amici. Quindi, proseguito il loro cammino verso Dovadola, rinvengono sul ponte, detto della Madonna del Buon Consiglio, il Signor Tassinari, e a lui li affidano, che caricatili sul suo calesse, li conduce, per quella sera, alla propria abitazione". A perpetuare la memoria di questo avvenimento le società democratiche di Terra del Sole e Castrocaro, nel giorno 16 marzo 1890, avevano deliberato di murare nella facciata del Palazzo, ove era stato ospitato il Generale, una Lapide, la quale però non fu eretta per divieto dell'autorità politica, in causa dell'espressione 'le associazioni repubblicane di Terra del Sole'. Le predette associazioni poi, dietro il superiore divieto, si contentarono di fare conoscere al pubblico l'epigrafe a mezzo della stampa, che è del seguente tenore:

 

TERRA DEL SOLE 16 MARZO 1890

 

LE ASSOCIAZIONI REPUBBLICANE

E I CITTADINI

RICORDANO CON ORGOGLIO

L'IMMORTALE

GIUSEPPE GARIBALDI

CHE

NEL 15 AGOSTO 1849 (*)

PROFUGO DA ROMA STRENUAMENTE DIFESA

QUI RIPARAVA

INSEGUITO DALL'AUSTRIACO INVASORE

SERBANDOSI ALLE FUTURE LOTTE

ED AL TRIONFO DEI MILLE.

 

(*) La data del giorno è errata, essendo il Generale giunto al Palazzo del Diavolo la sera del 14 e non del 15.
G. B. comm. cav. di Crollalanza, Giornale Araldico-Genealogico-Diplomatico, volume 17 pagine 147, 148, Direzione del Giornale Araldico. Pisa, 1890.

 

 

1871 aprile 21

Domenico Bassetti (Lasino, 20 gennaio 1820-Lakhdaria, 21 aprile 1871), patriota. Combatté nella seconda guerra di indipendenza del 1859 nella battaglia di Palestro. Emigrato in Francia si arruolò nella Legione in Algeria, ove fondò nel 1867 la cittadina di Palestro, oggi Lakhdaria a circa 77 chilometri da Algeri. Qui vi morì il 21 aprile del 1871 trucidato con tutta la popolazione, composta interamente da emigrati italiani, da arabi rivoltosi. Bassetti fu onorato con il titolo di «Eroe nazionale francese» e venne ricordato dal governo parigino con l'erezione a Palestro di un monumento, abbattuto dopo l'indipendenza algerina per costruire una moschea.

Nino Arena, Marcia o crepa. Storia della Legione Straniera 1831-2002, Albertelli editore, Parma 2003, pag. 261.

 

1884 novembre 7

Pasquale Giovanni Facondino Bassetti (Gualdo Tadino 13/09/1859: + Stroncone, Terni, 09/03/1919) di Antonio e Lucia Gherardi, nipote di Pasquale, ex maiolicaro e poi impresario edile, si trasferisce da Gualdo Tadino a Stroncone. Da repubblicano ed anticlericale si unisce ad Amabile Fiorenza dalla quale ha il figlio Anchise nel 1886. Si sposa, quindi, religiosamente e genera gli altri figli Edo, Antonio, Giulio, Gilda e Clara. Gilda si sposa con Zaccarelli, Clara si sposa con un medico e si trasferisce prima a Verona e poi a Mirano nella periferia di Venezia. Nel 1919 muore, alcuni parlano di incidente altri di suicidio, cadendo dentro un pozzo in località "i pozzetti" nei dintorni di Stroncone, lasciando soli i bambini in tenera età. Nel 1913 Anchise si trasferisce a Terni, sposa Anna Carini, figlia di una benestante famiglia ternana, che pur di coronare il proprio sogno d'amore abbandona la sua carriera di soprano lirico e la famiglia paterna. Dall'unione nascono nel novembre di tre bienni i figli Alberto, Dolores detta Amabile, e Giulietta.

Gualdo Tadino e i suoi figli naturali e acquisiti. Dizionario biografico dei Gualdesi (2005).

 
Re Umberto I

1914-1918

Durante la Grande Guerra Anchise, che ha prestato il servizio militare presso il 3° Reggimento Genio di Firenze, viene richiamato e poi esonerato poiché addetto alle produzioni belliche nelle Acciaierie di Terni, Antonio entra nel 3° Reggimento Savoia Cavalleria come dragone sotto il comando del colonnello Gioberto Tani, Giulio come Regio Carabiniere, Edo come fante.

Durante la prima guerra mondiale (1915-1918), il 3° Reggimento Savoia Cavalleria inizialmente impiega soltanto le proprie sezioni mitragliatrici (la 1497esima compagnia mitraglieri) appiedata sul fronte dell’Isonzo. Nell’agosto del 1916 riceve l’ordine, insieme a tutta la III divisione di cavalleria, di puntare sulla conca di Aidussina nell’ambito delle operazioni della conquista di Gorizia. Nel periodo ottobre - novembre 1917, dopo le tragiche giornate di Caporetto, protegge il ripiegamento di reparti di fanteria e contribuisce notevolmente e ritardare l’avanzata delle truppe tedesche ed austro-ungariche.
Un anno dopo, il 30 ottobre 1918, il reggimento, alle fasi finali della battaglia di Vittorio Veneto, si lancia all’inseguimento delle truppe nemiche in rotta: passa i fiumi Piave, Livenza e Tagliamento, spingendosi verso San Martino di Campagna e Sedrano e catturando interi reparti austro-ungarici impegnati in duri combattimenti di retroguardia. Il 3 novembre 1918 una pattuglia di Savoia Cavalleria entra in Udine, mentre il giorno successivo, il giorno dell’armistizio che chiude la grande guerra per l’Italia, un reparto del reggimento giunge fino a Caporetto.
Il Reggimento ha due citazioni nel bollettino del comando supremo (i numeri 1264 e 1268) ed una medaglia di bronzo al valor militare.

Bassetti Luigi, di Domenico e Sensi Beatrice. Nato a Gualdo Tadino il 15 dicembre 1892, soldato 2167° compagnia mitraglieri, morto il 10 ottobre 1918 a Bivio Campiello in combattimento.

 

Savoia CavalleriaDragoneSavoia Cavalleria

1922

Antonio nell’ottobre del 1922 fu uno dei 437 ternani che parteciparono alla Marcia su Roma. Entrato come effettivo nei ranghi del PNF fu uno dei gerarchi locali fino al settembre 1943.

Elia Rossi Passavanti, Interamna Nahars. Terni nell'età moderna, pag. 180. Editore Damasso, Roma 1939.

 

Antonio Bassetti alla Marcia su Roma
 
S.E. Monsignor GUALTIERO BASSETTI Arcivescovo di Perugia-Città della Pieve

Lo stemma scelto da mons. Bassetti è un tipico stemma di parte Guelfa composto da uno scudo di forma sannitica partito, cioè diviso in due parti uguali da una linea longitudinale passante per il centro, detta palo. Nella parte destra, in campo azzurro, sono rappresentate le figure della casata Bassetti, mentre nella parte sinistra, sempre in campo azzurro, le figure raffiguranti la missione spirituale e l’impegno assunto dal Vescovo come pastore della Chiesa. Lo Stemma, infine, è cimato da una Croce trifogliata d’oro sormontata dal cappello verde vescovile con tre ordini di nappe, e si chiude sotto la punta dello scudo con il motto “In Charitate Fundati”.

LE FIGURE

Come detto, lo stemma scelto da mons. Bassetti racchiude in sé sia le figure proprie della casata dei Bassetti, a destra, sia le figure proprie del Vescovo, a sinistra.

Proprie della Casata

Le figure proprie della casata sono date da un Castello, un Angelo e una fascia.
Il Castello rappresenta un dominio feudale, una signoria, che simboleggia un’antica e cospicua nobiltà. Poiché è d’argento in campo azzurro è emblema anche di virtù forte.
L’angelo, che l’araldica pone tra le figure chimeriche, rappresenta invece l’amore di Dio, mentre la fascia è una pezza onorevole di prim’ordine.
Da notare anche i colori utilizzati: argento, rosso e nero.
L’argento fu il colore dei Guelfi e dei Bianchi d’Italia e simboleggia amicizia, equità, giustizia, purezza, ecc.
Il rosso indica invece audacia, valore, fortezza, nobiltà cospicua e dominio, mentre il nero è simbolo di stabilità e costanza.

Proprie del Vescovo

Le figure scelte dal Vescovo per rappresentare la sua missione spirituale nonché il suo impegno pastorale sono un Destrocherio, ossia la figura di un braccio destro che esce dal fianco sinistro dello scudo, che reca in mano un ramoscello di olivo sradicato, una cometa d’oro e un giglio di Firenze rosso in campo bianco.
Il destrocherio è una figura araldica che indica impegno; l’oggetto di questo impegno è, di solito, rappresentato da quello viene indicato o stretto nella mano. In questo caso il ramoscello d’olivo sradicato simboleggia non solo l’impegno di essere portatore di pace, ma di voler trapiantare una pace ben più profonda, ossia quella di Cristo nel cuore dei suoi fedeli. Simboleggia in ultima analisi, quindi, una forte volontà pastorale di evangelizzatore.
La cometa d’oro è un altro riferimento al desiderio di evangelizzare. Come essa è stata la guida per i Magi così il Vescovo si impegna ad essere la guida per la sua Chiesa.
La presenza, infine, del giglio rosso di Firenze in campo bianco, collocato nel cantone sinistro del capo, vuole ricordare la sede di provenienza dove il nostro Pastore e Vescovo ha svolto l’importante e intensa attività di Vicario Generale.

 

Mons. Gualtiero Bassetti nasce a Popolano, località di Marradi, nella Diocesi di Faenza - Modigliana, il 7 aprile 1942; è il primo dei tre figli di Arrigo e di Flora Nannini. Dopo aver trascorso l'infanzia a Fantino, nell'ArciDiocesi di Firenze, nel 1956 entra nel Seminario Arcivescovile di quella Diocesi. Il quattordicenne seminarista matura da allora in poi la sua crescita umana e cristiana sotto la guida di Monsignor Enrico Bartoletti (poi Arcivescovo di Lucca e infine Segretario della CEI), di don Silvano Piovanelli (oggi Cardinale e Arcivescovo di Firenze) e di Monsignor Giuliano Agresti (poi Arcivescovo di Lucca). L'8 dicembre 1958 riceve la vestizione dal Cardinale Elia della Costa, Arcivescovo di Firenze. La sua formazione teologica avviene nei primi anni '60 e coincide con il tempo dello svolgimento del Concilio Ecumenico Vaticano II. In quel periodo il futuro sacerdote respira l'aria di rinnovamento e di fermento ecclesiale e sociale, in una Firenze segnata in particolare dall'opera del Cardinale Ermenegildo Florit, di don Lorenzo Milani, di don Bensi, di Padre Ernesto Balducci, di Giorgio La Pira. Il 29 Giugno 1966 riceve in Santa Maria del Fiore l'Ordinazione Presbiterale dal Cardinale Florit. Inviato Vice-Parroco a San Salvi, nel 1968 e chiamato nuovamente in Seminario come assistente al minore e responsabile della Pastorale Vocazionale; nel 1972 viene nominato Rettore del Seminario minore. Nel 1979 il Cardinale Giovanni Benelli gli affida il delicato incarico di Rettore del Seminario maggiore. A soli 37 anni Mons. Bassetti accoglie la responsabilità di accompagnare autorevolmente i giovani nel loro cammino di formazione al Sacerdozio. Il suo stile affabile e comprensivo, deciso e fermo negli indirizzi educativi è stato di sostegno nella verifica vocazionale per decine di giovani. Il Cardinale Piovanelli nel 1990 lo nomina suo Pro-Vicario e nel 1992 lo chiama a diventare Vicario Generale. Pur alieno da ogni protagonismo, lo stile e l'opera di Monsignor Bassetti non passarono inosservate e il 3 luglio 1994 Giovanni Paolo II lo elesse Vescovo di Massa Marittima - Piombino, in provincia di Grosseto. Fu ordinato Vescovo l'8 settembre dal Cardinale Piovanelli nella Basilica di San Lorenzo a Firenze e dieci giorni più tardi fece il suo ingresso nella Diocesi a lui affidata. Successivamente fu eletto dal Santo Padre Vescovo di Arezzo - Cortona - Sansepolcro il 21 Novembre 1998 dove fece il suo ingresso in Diocesi il 6 Febbraio 1999 all'inizio della novena dedicata alla festa della Madonna del Conforto.

 
Sua Eminenza Gualtiero Bassetti

 

Nomine

GIOVANNI PAOLO,
Vescovo Servo dei Servi di Dio,

al diletto figlio Gualtiero Bassetti finora Vicario Generale dell'Arcidiocesi fiorentina, eletto Vescovo di Massa e Piombino, salute e apostolica benedizione. Le parole di nostro Signore, con le quali Egli presso le rive del lago di Tiberiade affidò al beato Pietro il suo gregge, Ci spingono ogni giorno ad avere cura con grande sollecitudine del bene di tutte le Chiese particolari, specialmente assegnando ad esse, quando sono vacanti, Pastori idonei. Dovendosi dunque provvedere alla Sede Cattedrale di Massa-Piombino, vacante per la rinuncia del venerabile fratello Angelo Comastri, abbiamo ritenuto te, diletto Figlio, idoneo a reggerla: conosciamo infatti le tue egregie doti di animo e di ingegno e la tua grande esperienza delle cose sacre e degli uomini. Pertanto su consiglio della Congregazione dei Vescovi, in virtù della Somma Potestà Apostolica ti nominiamo Vescovo della Diocesi di Massa-Piombino, conferendo tutti i poteri e imponendo parimenti tutti gli obblighi.
Prima però di ricevere l'ordinazione episcopale, farai la professione di fede cattolica, alla presenza del Cardinale di Santa Romana Chiesa Prefetto della Congregazione per i Vescovi, e presterai il giuramento di fedeltà verso di Noi e verso i Nostri successori, alla presenza del Cardinale di Santa Romana Chiesa, Prodiacono. Ordiniamo inoltre che questa lettera sia portata a conoscenza del tuo clero e del tuo popolo, che paternamente esortiamo ad accoglierti con lieto animo e a rimanere sempre uniti con te. Per te infine, diletto Figlio, che ti accingi ad assumere il gravissimo ufficio episcopale, imploriamo i più abbondanti doni dello Spirito Paraclito, perché mediante il loro aiuto, seguendo gli esempi di santità di vita di Bernardino da Siena, che ebbe i natali a Massa Marittima, tu possa con tutte le tue forze annunziare ai fedeli affidati alla tua cura il Vangelo di Gesù Cristo, nel quale soltanto c'è salvezza, poiché non c'è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati (cfr, Atti, 4,12), e per lo splendore e il sapore del cui nome Dio ci ha chiamati all'ammirabile sua luce (S. Bernardino da Siena, Sermone 49,2 Opera 4, p. 505). La Vergine Maria, Stella del mattino, assista anch'essa benigna te e la carissima comunità ecclesiale di Massa-Piombino, posta entro i confini dell'illustre Etruria e del suo mare antico.

Dato in Roma, presso S. Pietro, il 9 luglio dell'anno del Signore 1994 decimo sesto del Nostro Pontificato.

Giovedì, 16 luglio 2009, Benedetto XVI nomina Arcivescovo di Perugia-Città della Pieve monsignor Gualtiero Bassetti, trasferendolo dalla sede di Arezzo-Cortona-Sansepolcro.

Papa Francesco lo crea cardinale del titolo presbiterale di Santa Cecilia nel concistoro del 22 febbraio 2014.

Lo stemma scelto dal cardinale Bassetti è sempre lo stesso di quando era vescovo e poi arcivescovo con alcune varianti. E' un tipico stemma di parte Guelfa composto da uno scudo di forma sannitica partito, cioè diviso in due parti uguali da una linea longitudinale passante per il centro, detta palo. Nella parte destra, in campo azzurro, sono rappresentate le figure della casata Bassetti, mentre nella parte sinistra, sempre in campo azzurro, le figure raffiguranti la missione spirituale e l’impegno assunto dal Vescovo come pastore della Chiesa. Lo Stemma, infine, è cimato da una Croce trifogliata d’oro sormontata dal cappello rosso cardinale con quattro ordini di nappe, e si chiude sotto la punta dello scudo con il pallio e con il motto “In Charitate Fundati”.

 

Famiglia BORZACCHINI

Nobili Senesi.

Blasonatura: Scudo accartocciato: d'oro alla fascia di verde accompagnata da un sinistro cherio vestito d'azzurro tenente tre spighe secche al capo d'oro carico di un aquila di nero in volo.

Collocazione: Anticamera grande del Capitano (oggi ufficio del turismo) Antonio Donnini, decorazione della volta (1735), (ultimo piano).

 

Pennone genealogico

Maggiore Antonio Bassetti
Geniere Anchise Bassetti
Tenente Sandro Bassetti
 

 

MATTHEO da Lasino (TN). Capitano di cavalleria della Serenissima sconfigge gli Sforza e conquista Cremona. 1499.

prole di Mattheo

  • DOMINICUS de Bassetis da Lasino (TN). Figlio di Matteo. Possidente. 1520.

  • HIERONIMUS de Bassetis da Verona. Clausidicus, sposa Domina Julia. Figlio di Domenico.1550.

prole di Hieronimus de Bassetis

  • MARCO ANTONIO (n. 1585 +13/07/1630). Pittore.

  • G. BATTISTA.

  • CLAUDIO dottore in legge.

  • GIACOMO.

  • DOMENICO.

prole di ???

  • ANTONIO da Verona. Accademico Neoterico. 1688.

  • BERNARDINO (1609-1679), originario del castello di San Pellegrino di Gualdo Tadino che sposa il 1° settembre 1634 Maddalena di Domenico di Luca.

???

prole di ??? (Romagna)

  • BASSETTI FRANCESCO Generale Repubblica Partenopea. 1799, 1806.

  • CHIARA FRANCESCA TERESA, Suora in Rimini.

  • BASSETTI notaio. 1795.

  • LUCIANO (1766-1830), filogiacobino nel 1798 e membro della sesta compagnia della guardia nazionale comandata da Stefano Coppari.

prole di Francesco

BASSETTI da Romagna. Filellenico morto a Pedemen, Grecia, nel 1825.

prole di Bassetti

  • LUIGI da Teodorano, Cesena. Possidente, Rivoluzionario. Nato nel 1780.

prole di Luigi Bassetti

  • PASQUALE (1800-1854) da Gualdo Tadino. Impresario edile, residente nel quartiere Borgovalle, che il 29 aprile 1849, in qualità di socio del Gabinetto Letterario di Gualdo Tadino, è uno dei firmatari del proclama contro l’occupazione francese del Lazio.

prole di Pasquale Bassetti

  • ANTONIO sposa LUISA GHERARDI

prole di Antonio Bassetti

  • PASQUALE GIOVANNI FACONDINO (n. 12/09/1859 Gualdo Tadino: + 09/03/1919 Stroncone) maiolicaro, repubblicano e anticlericale, si trasferisce intorno al 1885 a Stroncone dove svolge la professione di impresario edile. Sposa Amabile Fiorenza (n. 1868 in Stroncone (TR)).

prole di Pasquale Bassetti

  • ANCHISE (n. 04/08/1886 +02/03/1952) sposa Anna Carini (21/03/1890 +17/05/1965).

  • EDO (n. 29/12/1888 +12/11/1957).

  • ANTONIO (n. 17/08/1891 +24/02/1961) combatte nella prima guerra mondiale prima come dragone nel Reggimento Savoia Cavalleria sotto il comando del colonnello Gioberto Tani e poi come ardito, e nell’ottobre del 1922 è uno dei 437 ternani che partecipano alla Marcia su Roma. Entrato come effettivo nei ranghi del PNF è uno dei gerarchi locali fino al 1943.

  • GIULIO (n. 28/08/1894 + 01/08/1978).

  • GILDA (n. 01/12/1897 +27/01/1986) sposa Zaccarelli.

  • CLARA (n. 02/05/1905 emigrata a Verona, deceduta a Mirano).

prole di Anchise Bassetti

  • ALBERTO (n. 30/11/1914 +06/12/1972) sposa Luigia Borzacchini (n. 21/06/1914 +12/06/1983).

  • DOLORES detta Amabile (n. 07/11/1916 +28/08/1990) sposa Ireno Mazzetelli.

  • GIULIETTA (n. 16/11/1918 +13/02/1949) sposa Egildo Carovani (n. 11/12/1914 +02/06/1986).

prole di Alberto Bassetti

  • CORRADO (n. 11/08/1938) sposa Silvana Coppari (n. 16/11/1939).

  • SANDRO (n. 24/11/1947) sposa Antonietta Giuseppa Serra (n. 11/03/1942).

prole di Dolores in Mazzetelli

  • SERGIO (n. 12/08/1942) sposa Maria Grazia.

  • PATRIZIA (n. 26/04/1956).

prole di Giulietta in Carovani

  • GIANNI (n. 10/01/1943) sposa Gudrun Steinmueller (n. 19/04/1937).

  • MARA (25/11/1946) sposa Massimo Tarani.

prole di Corrado Bassetti

  • GIANLUCA (n. 23/03/1966) sposa Alessandra Trionfetti.

  • FABIO (n. 21/07/1969).

prole di Gianni Carovani

  • AXEL (n. 21/04/1966).

  • SANDRO (n. 18/12/1974).

prole di Sergio Mazzetelli

  • GIANMARCO (n. 23/12/1969).

  • CLAUDIO (n. 11/01/1975).

prole di Patrizia Mazzetelli

  • SIMONE (n. 24/06/1984).

prole di Gianluca Bassetti

  • ALBERTO (n. 18/12/2002).

  • ARIANNA (n. 04/11/2004).

prole di Fabio Bassetti

  • EMMA (n. 22/12/2000).

  • PIERLUIGI (n. 23/12/2003).

 

Arrivederci! Bye-Bye!