ItaliaSandro Bassetti, Castello Monaldeschi della Cervara, 05010 Monte Rubiaglio (TR), Italia. info@sandrobassetti.it Comunità Europea

Ro-Ma
Tien-Tsin
 

 

 

Comunemente quando si affronta il tema dei rapporti tra Italia e Cina, nell'immaginario collettivo si affaccia un nome: Marco Polo e nulla più. Nella realtà storica, invece, la Cina, questo immenso Paese tanto lontano dallo Stivale, ha rapporti con l'Italia, senza soluzione di continuità, dagli albori della Storia fino ad oggi. I primi documenti che testimoniano con certezza la presenza italiana in Cina si riferiscono all'Imperatore Marco Aurelio, ovvero all'anno 166, ma i contatti, sulla base di ritrovamenti archeologici e di passi interpretabili su documenti romani, fanno risalire i primi rapporti tra i due Paesi rispettivamente al 29 a.C. ed al 31 a.C.. Da queste date frotte di Italiani raggiungono la Cina portati lì dalla religione, dal commercio, dall'avventura, dalla guerra: nel successivo capitolo relativo alla cronologia dei rapporti tra Italia e Cina si riportano per congrua brevità solo i più noti e quelli che hanno lasciato la loro impronta. Scopo di questo scritto, infatti, è quello di riassumere la dimenticata storia dei possedimenti italiani in Cina nel quasi mezzo secolo della loro durata: gli avvenimenti che hanno portato al raggiungimento di questo obiettivo, la vita della colonia, i fatti accaduti dopo la sua estinzione. In estrema sintesi un excursus molto ampliato della parentesi coloniale italiana in Cina dal 1900 al 1943.

Prima dell'unità d'Italia si conosce sotto il regno di Ferdinando IV, terzogenito di Carlo di Borbone, poi Re di Spagna, e di Maria Amalia di Sassonia la costituzione di una "compagnia Asiatica", fondata in Napoli verso il 1791, ma che ha breve vita in quanto le guerre napoleoniche tolgono all'istituto ogni possibilità d'iniziativa. Sono note già dal 1698 imprese della Marina del Granducato di Toscana in Estremo Oriente, ma senza dati approfonditi. Con la restaurazione dei Borboni a Napoli nel 1816 si ha un ritorno all'apertura di consolati, nelle città di Macao e Canton, ma con la rappresentanza di cittadini inglesi e danesi. Sempre nel periodo preunitario è nota l'attività del Regno di Sardegna che, nel 1816, sulla scia di quello che fanno i Borboni, apre un Consolato a Canton, anche in questo caso con un console britannico: Thomas Dent. Si deve pur dire che questi consoli inglesi, spesso agiscono in nome dei piccoli Stati europei, per coprire i loro traffici, che sono sotto il mirino di chi combatte i monopoli. In questo caso Thomas Dent, è un agente della Dent & Co. che cerca di mascherarsi. Vi è poi la volontà di operare a favore dei missionari invisi a Macao dai Portoghesi. Un altro Consolato viene aperto a Shanghai mercé l'interesse particolare di Cavour e con la collaborazione che un altro britannico dà a Camillo Benso conte di Cavour: James Hogg.

Di fatto le prime relazioni politiche del Regno d'Italia, in quanto tale, con la Cina iniziano solo il 26 ottobre 1866 con il Trattato di commercio e navigazione siglato dal comandante della Regia Pirocorvetta Magenta della Regia Marina, Capitano di Fregata (grado equivalente a Tenente Colonnello) Vittorio Arminjon, durante una campagna in Estremo Oriente. Con questo trattato quindici porti vengono aperti al commercio italiano ed è riconosciuta una rappresentanza nella capitale cinese. Inoltre, come già hanno concordato altre Grandi Potenze, questo trattato permette, nei casi frequenti di calamità naturali e contenziosi abbastanza complessi, di agire in un campo di reciprocità. Conosce bene quale fonte di discriminazione è non avere un trattato, la ditta genovese Casella & Oliva, commerciante in coralli, che subisce a causa dei disordini del 1857, durante la seconda Guerra dell'Oppio, un cannoneggiamento a Canton con perdite notevoli. Guerra sostenuta in particolare dalla Gran Bretagna e dalla Francia di Napoleone III.

Fautore di più cospicui rapporti commerciali con l'estero, in particolare con l'Estremo Oriente, è il conte Luigi Torelli, ministro dell'agricoltura e del commercio sotto il Governo La Marmora nel 1864. Infatti, l'allora fiorente produzione dell'industria serica italiana è messa a rischio da una malattia del baco, imponendo quindi la necessità di rifornirsi dai paesi orientali, e in particolare dalla Cina, di bachi da seta. Pertanto, una moderna nave, la citata Regia Pirocorvetta Magenta, parte da Livorno per compiere il viaggio che deve portare i diplomatici ad effettuare i trattati con la Cina ed il Giappone. I trattati sono stipulati. Avvengono poi altre vicende e sono stipulati numerosi accordi di carattere commerciale: se ne segnala soltanto uno, ovvero il consorzio finanziario anglo-italiano Peking Syndacate, per la presenza di due personalità legate ad uomini politici assai vicini alle banche popolari: Angelo Luzzatti, nipote di Luigi, e Carlo di Rudinì, nipote di Antonio. Il consorzio nasce per lo sfruttamento di miniere di ferro e di carbone.

Da allora i viaggi di navi italiane in Cina si succedono con regolare frequenza. La presenza di connazionali residenti è, tuttavia, molto esigua: solo 23 persone nel 1872 e 133 nel 1891 e fino al 1900, per la maggior parte stabilitesi a Shanghai, porto importantissimo per il commercio. Un trafiletto del Corriere della Sera del 10-11 luglio 1900 riporta una statistica, redatta dal Governo statunitense, sulla popolazione straniera residente in Cina: nel 1899 gli Italiani ammontano a 124 con 3 ditte. Il nuovo Regno d'Italia presta scarsa attenzione alla Cina: essa, infatti, non costituisce mai un paese di conquista territoriale ed economica per i nostri politici: il primo ministro plenipotenziario incaricato a Pechino il 31 marzo 1867 stabilisce la sua residenza in Giappone, ove è pure accreditato, e solo nel 1878 Ferdinando de Luca è nominato Residente a Pechino, preferendo però stabilirsi a Shanghai, dove è accentrata la presenza italiana.

L'Italia non può rimanere indifferente davanti ad un processo sempre maggiore di colonizzazione economica da parte delle Grandi Potenze. Il ministro degli esteri del tempo, Emilio Visconti Venosta, comprende immediatamente l'importanza della situazione e si consulta con l'incaricato d'affari a Pechino, marchese Salvago Raggi, con il desiderio di avere anche per l'Italia una concessione territoriale costiera. Ma le cose vanno molto male e l'Italia non riesce a soddisfare una esigenza di carattere economico assai importante sul piano dell'import-export. Visconti Venosta è sostituito alla guida del Ministero degli Esteri da Canevaro e questo desiderio si spegne. Con il ritorno di Visconti Venosta agli esteri, nel Governo Pelloux, il ministro tenta nuovi approcci, ma tutto è vano. Si deve così arrivare alla famosa guerra dei Boxers, non certo voluta dall'Italia, ma alla quale l'Italia partecipa per avere, così, una concessione. Fra le 8 Grandi Potenze che prendono parte attiva fin dall'inizio alla guerra dei Boxers con 475 uomini vi è, infatti, anche l'Italia, con 41 effettivi della Regia Marina. A queste prime forze se ne aggiungono altre, costituite da 1.782 uomini dei quali 87 marinai dei Regi Incrociatori protetti Calabria (2 Ufficiali e 64 sottufficiali e comuni) ed Elba (1 Ufficiale e 20 sottufficiali e comuni) che prendono il nome di Spedizione Seymour, dal nome di colui che le guida, e, infine, segue il Corpo di Spedizione internazionale (Gran Bretagna, Stati Uniti d'America, Russia, Francia, Giappone, Germania, Austria-Ungheria, Italia), comandato dal Feldmaresciallo germanico conte Alfred von Waldersee, composto da oltre 15.000 (c'è chi riporta fino ad oltre 20.000) uomini di cui 1.965 Italiani ripartiti tra 83 Ufficiali e 1.882 soldati. Nel conflitto perdono la vita 36 militari italiani dei quali 19 prima dell'arrivo del Corpo di Spedizione internazionale.

 
Quartina di bolli delle Poste Italiane di Tientsin
 

La guerra contro la rivolta dei Boxers, dal 10 giugno 1900, sino al 7 settembre 1901, comprendente le due fasi della guerra (la liberazione delle Legazioni e l'annientamento dei Boxers), termina, per quanto concerne i rapporti fra Italia e Cina, il 7 giugno 1902. Otto Grandi Potenze (il cosiddetto G8 dell'epoca, invero rimasto quasi immutato) partecipano attivamente alla guerra: Austria-Ungheria, Francia, Germania, Giappone, Inghilterra, Italia, Russia, Stati Uniti; tre Potenze appoggiano il conflitto, ma non vi prendono parte, ovvero il Belgio, l'Olanda e la Spagna. L'Imperatrice Tsu-Hsi, sconfitta, è costretta a cedere le famose concessioni. Ben 23 concessioni territoriali di cui 9 se le aggiudica il Giappone, 5 la Gran Bretagna, 2 la Francia, 1 la Germania e l'Austria-Ungheria (perdute dopo la prima guerra mondiale), 1 il Belgio che vi rinuncia nel 1932, 1 la Russia che la cede nel 1920 quando diviene URSS, ed 1 l'Italia che la mantiene sino all'8 settembre 1943 e giuridicamente sino al 10 febbraio 1947, quando firma a Parigi la rinuncia totale ai possedimenti ed agli interessi italiani in Cina. La Concessione Italiana di Tientsin è per anni orgoglio dell'amministrazione italiana e si distingue per l'eleganza della componente urbanistica e per la civiltà con cui viene condotta.

Un argomento, finora poco affrontato, ma che merita maggior approfondimento proprio attraverso l'esame della stampa e della documentazione dell'epoca, è quello dell'intervento delle Grandi Potenze, di cui fa parte anche l'Italia, per la liberazione delle Legazioni straniere assediate a Pechino dai Boxers nel 1900. Alla fine del XIX secolo la Cina viene scossa da una profonda crisi culturale e politica, originata dalla propria debolezza economica. Dopo la guerra cino-giapponese del 1894-95 che rivela la tragica impotenza della Cina, l'Imperatrice Tzu-Hsi, non riuscendo a far fronte ai problemi finanziari, s'indebita sempre più con le Grandi Potenze, le quali, in cambio dei prestiti accordati, pretendono maggiori privilegi sul territorio cinese nel tentativo d'attuarne uno "spezzettamento" o Break-up of China. Il fallimento delle riforme del 1898 induce l'Imperatrice a cercare di dirigere la marea del malcontento lontano dal trono, in altre parole contro gli Stranieri e le loro proprietà. E' in questo clima che prende via via sempre più spazio la setta dei "Pugni di giustizia e di concordia", in cinese Yi-he-quan, conosciuta in Occidente sotto il nome di Boxers, caratterizzata da un estremismo a forti tinte xenofobe. Le origini di questo movimento non sono del tutto chiare, ma si ritiene si tratti di una società segreta sorta agli inizi del XIX secolo e sviluppatasi soprattutto nello Shan-Tung, dove il Governo incoraggia l'organizzazione di milizie locali per resistere ai Germanici, particolarmente orientati ad ampliare i loro interessi in questa provincia. Infatti, l'espansione dei grandi imperi coloniali, iniziata con la Guerra dell'Oppio nel 1840, solleva l'opposizione violenta delle masse cinesi, vessate dal crollo dell'economia artigianale contadina e dalle catastrofi naturali: opposizione diretta da società segrete legate all'ambiente rurale e rivolta soprattutto contro le missioni e i Cristiani cinesi, contro i quali vengono diretti numerosi attacchi tra il 1895 e il 1899. In seguito alle proteste straniere, la Corte è costretta ad intervenire militarmente contro i Boxers che allora spostano il proprio campo d'attività verso la regione del Zhili (Chili), l'attuale provincia dello Hebei, riversandosi poi sia a Pechino sia a Tientsin, dove distruggono beni delle missioni e degli Stranieri.

Manifesti affissi il 20 maggio 1900 per le vie di Pechino e annuncianti che il massacro degli Stranieri avrebbe avuto luogo il primo giorno della quinta luna, cominciano a diffondere l'allarme, ma ancora i ministri stranieri non si trovano d'accordo nel richiedere l'invio di truppe per proteggere le Legazioni. A questo proposito, il Corriere della Sera del 9-10 giugno riporta in prima pagina: "Il problema politico del giorno è nell'Estremo Oriente, ove la rivolta dei Boxers ha creato una situazione assai complicata (...). Solo un'azione comune delle Potenze potrebbe domare l'insurrezione: gli ultimi dispacci fanno credere alla possibilità di un accordo: ma, mentre l'Inghilterra si mantiene assai riservata, è evidente la gelosia reciproca cui si ispirano gli Imperi russo e giapponese, fatti già rivali dalla questione della Corea (...)". Alla fine di maggio i Boxers incendiano la stazione ferroviaria e distruggono la strada ferrata nelle vicinanze di Pechino, mettendo in grave pericolo l'incolumità dei residenti occidentali. Il corpo diplomatico internazionale decide finalmente di richiedere l'invio di guarnigioni di soldati dei rispettivi Paesi. La via più breve per arrivare a Pechino è uno sbarco nel Golfo del Bohai, all'epoca chiamato golfo del Zhili o Chili alla foce del fiume Pei-Ho, e da qui per ferrovia, passando per Tientsin, distante 41 chilometri dal mare e raggiungibile con navi di minor stazza, arrivare alla capitale che ne dista 120.

Sono presenti allora in Cina due navi italiane, i Regi Incrociatori protetti Elba e Calabria: il primo si trova a Zhifu, nello Shan-Tung, quando riceve le prime notizie dei disordini scoppiati a Pechino. In seguito all'aggravarsi della situazione, il ministro d'Italia a Pechino, Salvago Raggi, scrive il 28 maggio un telegramma urgente al comandante Casella dell'Elba con la richiesta di salpare urgentemente per la rada di Ta-Ku, alla foce del fiume Pei-Ho, secondo le decisioni prese dal corpo diplomatico costituito dai rappresentanti di 11 Grandi Potenze (Spagna, Germania, Francia, Inghilterra, Italia, Belgio, Austria-Ungheria, Stati Uniti, Giappone, Olanda, Russia). Nel pomeriggio del 30 maggio, il Regio Incrociatore protetto Elba è a Ta-Ku e viene deciso di mandare a terra un distaccamento di 39 uomini comandato dal Tenente di Vascello (grado equivalente a Capitano) Federico Paolini e dal Sottotenente di Vascello (grado equivalente a Tenente) Angelo Olivieri. Nel frattempo sono già giunte, o stanno per giungere, le navi d'altre nazioni. E' così che il mattino del 31 i distaccamenti si mettono in navigazione verso Tientsin e da qui ripartono, in treno, per Pechino dove giungono il giorno seguente. La "forza" è così costituita: 131 uomini per l'Inghilterra, 56 Stati Uniti, 25 Giappone, 35 Austria-Ungheria, 47 Francia, 52 Germania, 88 Russia, 41 Italia, per un totale di 475 uomini di cui 19 Ufficiali e 456 soldati. I distaccamenti s'insediano nelle rispettive Legazioni fino alla decisione, presa il 6 giugno, di creare la difesa di un quadrilatero racchiudente tutte le residenze straniere: il comando è assunto dal comandante più anziano, l'austriaco Capitano di Fregata Thomann. I numerosi volontari civili rimangono alla difesa della legazione britannica, dove si trovano le donne ed i bambini.

Il 5 giugno, su richiesta di monsignor Pierre Marie Alphonse Favier, capo delle missioni cattoliche e vicario apostolico a Pechino, viene inviato un drappello di 11 uomini al comando del Sottotenente di Vascello Olivieri in difesa di Pe-Tang (Beitang), la Cattedrale del Nord situata nel cuore della città tartara. Nel recinto della chiesa si trovano più di 3.000 rifugiati, molti dei quali bambini e donne, e la difesa di questo luogo costa la vita a 6 marinai italiani ed a 300 tra gli assediati. Secondo il Tenente di Vascello Mario Valli: "L'assedio del Pe-Tang, durato due mesi circa, è forse il più drammatico episodio tra tutti gli avvenimenti che si svolsero in Cina nel 1900". Il 7 giugno la situazione si aggrava: vengono attaccate le missioni cristiane della regione ed i missionari che riescono a scappare si rifugiano nelle Legazioni della capitale. Altri rinforzi sono allora chiesti dai singoli ministri e viene fatto sbarcare al largo di Ta-Ku un nuovo Corpo di Spedizione composto da 400 uomini, fra cui 40 Italiani al comando del Tenente di Vascello Giuseppe Sirianni, scesi dal Regio Incrociatore protetto Calabria. Un altro distaccamento italiano, composto da 20 uomini dei Regi Incrociatori protetti Elba e Calabria agli ordini del Sottotenente di Vascello Ermanno Parlotto dell'Elba, Ufficiale dei Reali Equipaggi della Regia Marina, viene fatto sbarcare il giorno successivo ed inviato a Tientsin per la difesa delle concessioni straniere. Ermanno Carlotto perde la vita il 27 giugno a seguito delle gravi ferite ricevute nel combattimento del 24 giugno ed alla sua memoria sono poi dedicate la via centrale e la caserma della Concessione Italiana di Tientsin. Oggi al Sottotenente di Vascello Ermanno Carlotto, decorato di Medaglia d'Oro al Valor Militare, sono intitolate la una nuova caserma "Carlotto" del San Marco, inaugurata il 17 novembre 1991 in zona Brancasi a circa cinque chilometri da Brindisi, ed il reggimento "Carlotto" composto dal battaglione scuole "Caorle", dal battaglione logistico di supporto "Cortellazzo" e dal reparto Amministrativo-Logistico. Il comandante del reggimento è, di norma, anche vice-comandante di MariForSbarc.

Il comando della seconda spedizione a Pechino, di cui fa parte il distaccamento italiano al comando del Tenente di Vascello Giuseppe Sirianni, viene assunto dal vice Ammiraglio britannico Sir Edward Seymour: la forza di primo intervento è composta da 300 Inglesi, 112 Statunitensi, 26 Austro-Ungarici e 87 Italiani. Questa spedizione giunge a Tientsin l'8 giugno rinforzata da altri reparti fino a un totale di 1.782 uomini. Si cerca di raggiungere Pechino in treno, ma dopo cinque giorni di arduo viaggio e di continui combattimenti, e a causa dell'interruzione della linea ferroviaria, il contingente internazionale deve rientrare a Tientsin, abbandonando i treni. Il 26 giugno la spedizione fa ritorno a Tientsin dopo un'epica marcia a piedi nel fango, respingendo continui attacchi dei Boxers e dopo aver perso nei combattimenti 62 uomini, di cui 5 marinai italiani. A seguito di titoli allarmistici come "Il sinistro silenzio circa Seymour" e "Le forze alleate entrarono a Tientsin - Seymour sarebbe prigioniero?", il Corriere della Sera del 1-2 luglio pubblica il rapporto ufficiale dello stesso Seymour telegrafato da Londra e diramato dall'Ammiragliato britannico: "Sono ritornato con le mie forze a Tientsin, non potendo arrivare a Pechino per via terrestre. Il 13 giugno ebbi due attacchi dall'avanguardia dei Boxers, che furono respinti con perdite considerevoli dei Boxers e nessuna perdita nostra. Il 14 giugno i Boxers attaccarono un treno a Lang-Fang (l'attuale An-Tz'u): erano numerosi e accaniti, ma furono respinti. Essi ebbero cento morti; noi ebbimo cinque Italiani uccisi (...). La distruzione della ferrovia davanti a noi avendo reso il proseguimento del viaggio impossibile, decisi il 16 giugno di ritornare a Yang-Ts'un (l'attuale Wu-Ch'ing), per tentare di là di recarmi a Pechino per la via fluviale. Dopo la mia partenza da Lang-Fang due treni lasciati indietro furono attaccati il 18 giugno dai Boxers e dalle truppe imperiali di Pechino (...). I due treni mi raggiunsero poi a Yang-Ts'un la sera medesima, ma essendo imbarazzato dai feriti, cambiai parere e decisi di ritornare a Tientsin. Il 19 giugno per ritornare indietro incontrai opposizione accanita in quasi tutti i villaggi (...). Il 23 giugno dopo una marcia notturna arrivammo presso l'arsenale imperiale di Hsi-Ku, poco prima di Tientsin, ove il nemico dopo avermi fatto proposte amichevoli aprì proditoriamente il fuoco sopra di noi (...). Abbiamo alla fine occupato l'arsenale e dovemmo respingere nei giorni seguenti ogni attacco che il nemico faceva per riprenderlo. Trovai nell'arsenale quantità immense di fucili, armi, munizioni. Parecchi cannoni cinesi furono adoperati per la nostra difesa e cominciammo a bombardare i forti cinesi più in basso. Avendo trovato munizioni e riso, avrei potuto mantenermi ancora alcuni giorni, ma imbarazzato da numerosi feriti domandai a Tientsin soccorsi, che arrivarono il 25 mattina. Allora evacuammo l'arsenale di Hsi-Ku incendiandolo e il 26 rientrammo a Tientsin (...)".

Nel frattempo altre truppe arrivano a Ta-Ku e vengono intraprese operazioni per assicurare le vie di comunicazione fra il mare e la capitale: il 17 giugno sono espugnati i forti alla foce del Pei-Ho, alla cui conquista partecipa un distaccamento di 24 marinai italiani al comando del Tenente di Vascello Tanca del Regio Incrociatore protetto Calabria. Sulla prima pagina del Corriere della Sera del 22-23 agosto, è riportata la testimonianza di un partecipante alla spedizione, dal titolo "L'azione degli Italiani in Cina: un Veronese pianta la bandiera sul forte di Ta-Ku": L'Arena di Verona reca una lettera che il sottufficiale Cesco di Castelletto di Brenzone sul Garda (Verona) ha spedito da Tientsin il 2 luglio, alla propria madre. Se ne stralciano i punti più notevoli: "Il 16 giugno, alle 17, sbarcai dalla Calabria con dodici marinai. Dopo un quarto d'ora da che ero entrato nel canale del Ta-Ku, la Cina ordinava di far fuoco su qualunque imbarcazione che fosse entrata in quel porto. Allora andai col mio plotone a bordo della cannoniera britannica Algerine. Alle 14:30 del 17 si ebbe l'ordine di ricominciare il bombardamento dei cinque forti formidabili di Ta-Ku. Una cannonata cinese alle 11:45 rompe sull'Algerine due manicavento. Io sbarco dalla cannoniera insieme agli Inglesi. Intanto due cannoniere russe, una francese, una giapponese, aprono il fuoco anch'esse. Appena sbarcati andiamo a riparo dietro una collina, ove troviamo marinai giapponesi, russi, austriaci; tutto compreso, noi si contava 600 uomini. Dopo tre ore circa di combattimento, ci venne l'ordine di aprire il fuoco per pigliare il primo forte, il più agguerrito, e finalmente dopo otto ore di fuoco si riesce a pigliarlo (...). Io stesso alzo la bandiera tricolore sul primo forte di Ta-Ku. Il giorno 18 sbarcano dall'Elba altri dodici marinai e un Tenente di Vascello (Tanca) della R.N. Calabria e si uniscono a noi. Alle 6 del 19 si parte, lasciando nei forti dei soldati per la difesa. Noi lasciammo due marinai per la guardia alla bandiera".

Intanto le notizie provenienti da Tientsin indicano che la situazione degli Stranieri residenti nelle concessioni è sempre più critica. Si decide cosi d'inviare una colonna militare: "Si forma una treno militare. In tutto potevamo essere 1.000 soldati e 3.000 venivano a piedi. Si va avanti nella direzione di Tientsin, distante circa 41 chilometri, per liberare gli Europei che stavano nella città. Dopo mezz'ora di cammino, devia il primo vagone, causa la rottura delle rotaie fatta dai nostri nemici; si smonta tutti e si continua la marcia a piedi. Dopo circa sei ore di cammino, ci accampammo. Il giorno seguente si ripiglia la marcia, e noi Italiani, compreso un plotone statunitense ed uno inglese, si forma l'avanguardia. (...). Si marciava sotto il comando di un Generale russo; infine ci troviamo davanti 45 mila soldati cinesi. Dopo due ore di combattimento il nemico si dà alla fuga (...). Si insegue il nemico per circa 10 ore sempre di corsa. I Cinesi si rifugiano sotto i forti di Tientsin. Noi si va sempre avanti e alle 5 della sera entriamo in Tientsin vittoriosi".

Dopo la liberazione delle concessioni straniere di Tientsin, altri due problemi richiedono una urgente risoluzione: il salvataggio della colonna dell'Ammiraglio Seymour assediata nell'arsenale di Hsi-Ku, che poi viene chiamato l'"Arsenale francese", e l'annientamento della crescente potenza dei Boxers entro le mura della "Città Cinese" di Tientsin. Appena giunto a Tientsin, viene chiesto al Tenente di Vascello Tanca di portare aiuto a Seymour assediato nell'arsenale imperiale di Hsi-Ku alle porte della città: rotto l'assedio e liberate le truppe, il 26 il distaccamento è di nuovo a Tientsin: "Il 24 si parte alle 11:30 della notte per andare a liberare un arsenale cinese, nel quale ci stavano chiuse circa 1.500 truppe europee, fra le quali 60 marinai della R.N. Calabria senza viveri e senza acqua e circondati da tutte le parti da un nemico cento volte maggiore. Il nemico sempre si ritirava e noi si arrivò a 300 metri dall'arsenale di Hsi-Ku. Mentre si gridava "hurrà" perché ci credevamo sicuri della liberazione, i Cinesi ci piombarono addosso, ma dopo circa tre ore di combattimento furono costretti alla fuga. La notte ci si accampa e la mattina incendiamo l'arsenale e ci si ritira nella città di Tientsin e precisamente nel quartiere europeo, perché il quartiere cinese appena noi siamo entrati l'abbiamo incendiato e ora sono sei giorni che brucia e ce ne sarà ancora per tutto il mese di luglio da bruciare. Nell'ultimo combattimento, noi della Calabria abbiamo avuto cinque morti, uno ferito gravemente ed un Ufficiale dell'Elba morto (Ermanno Carlotto). Ora siamo qui in attesa dell'arrivo di nuove truppe europee di terra, le quali marceranno su Pechino, lasciando noi marinai alla difesa di Tientsin".

Altisonanti le note sull'eroismo dei marinai italiani riportate dai nostri giornali, e in particolare dal Corriere della Sera, che sul numero del 19-20 agosto pubblica il seguente trafiletto: "L'ammiraglio inglese Seymour (il capo delle truppe alleate in marcia verso Pechino) scrive al comandante elogiando tutte le truppe ed in particolare le nostre italiane. Dice che esse mettono la nota allegra in queste circostanze e che al fuoco non vengono meno al tradizionale valor del soldato italiano; che nell'assalto all'arsenale Hsi-Ku di Tientsin dopo che i cosacchi russi furono respinti, andarono gli Inglesi con alla testa il drappello degli Italiani, i quali furono i primi ad entrarvi. Un fuochista italiano seguito da un cadetto austriaco, dopo aversi fatto largo attorno alla bandiera cinese che sventolava sull'accademia navale di Tientsin, fu ferito mentre stava ammainandola e riuscì nonostante il suo stato ad alzare la nostra. Il 14 luglio la città di Tientsin fu definitivamente conquistata e il 26 un proclama annunciava alla popolazione la costituzione di un Governo provvisorio".

L'espugnazione dei forti di Ta-Ku offre l'occasione alla Corte cinese per prendere ufficialmente posizione contro gli Stranieri. Lo Tsungli Yamen (ufficio per l'amministrazione degli affari esteri o, pomposamente, Ministero degli Esteri) dichiara che tutti gli Stranieri devono lasciare la capitale entro 24 ore: il ministro della Germania, Klemens Freiherr von Ketteler, nato il 22 novembre 1853, ex Maggiore del reggimento Ulani di Potsdam, decide di recarsi a protestare, ma viene trucidato lungo la via. Il 20 giugno, alle 16:00, spirato il termine delle 24 ore, viene aperto il fuoco sulle Legazioni. Il giorno seguente la stessa Imperatrice Tzu-Hsi, che ha fino allora mantenuto un atteggiamento ambiguo nei confronti dei Boxers, dichiara guerra alle Grandi Potenze: iniziano così i 55 giorni di assedio. Le Legazioni, che sono rimaste aperte a chiunque voglia prendervi rifugio (Occidentali residenti nella capitale e Cristiani cinesi), vengono organizzate per resistere all'assedio nell'attesa dei rinforzi. Nel recinto della legazione britannica, la più vasta e meglio protetta, sono riuniti uomini e donne di 11 nazioni diverse, 414 persone che affrontano i frequenti assalti dei Boxers fino all'arrivo, il 14 agosto, del Corpo di Spedizione composto da due colonne di forze alleate, di cui non fa parte, però, il contingente italiano che entra nella capitale tre giorni più tardi al comando del Tenente di Vascello Giuseppe Sirianni. Dieci giorni dopo arriva Manusardi che assume il comando del battaglione marinai costituitosi a Pechino. Come mai l'Italia, che ha dichiarato ripetutamente sin dall'inizio la propria volontà di associarsi all'azione delle altre Grandi Potenze, non è presente alla liberazione delle Legazioni nella capitale? Bisogna innanzitutto precisare che i preparativi sono stati accompagnati da forti polemiche fra i capi militari dei vari contingenti, soprattutto fra Russi e Giapponesi. I primi propongono, dopo l'attacco a Piet-Sang, di ritirarsi di nuovo a Tientsin, mentre i secondi propendono per un attacco immediato alla capitale. La proposta giapponese è appoggiata dai comandanti britannico e statunitense. Come nota Valli: "Non è difficile scorgere che, anche qui, non si trattava di questioni tattiche. I Giapponesi erano in numero di gran lunga superiore ai Russi e le operazioni principali sarebbero state quindi compiute da loro, e sarebbero giunti primi alla presa di Pechino. Ciò è mal tollerato dai Russi, che avrebbero voluto ritardare la marcia fino al giungere degli attesi rinforzi".

Le truppe vengono ripartite in due colonne: alla destra del Pei-Ho marciano Giapponesi, Inglesi, Statunitensi; alla sinistra Russi, Francesi, Germanici e Italiani. Il 5 agosto è occupata Piet-Sang, ma la colonna di sinistra incontra notevoli difficoltà a causa di violente inondazioni e i distaccamenti, tranne il russo, ripiegano su Tientsin, da dove ripartono qualche giorno dopo, e quindi in ritardo, per Pechino. Il 6 agosto cade Yang-Ts'un ed è deciso di marciare su Pechino. Prima di sferrare l'assalto i diversi distaccamenti, ovvero quelli che avanzano alla destra del Pei-Ho ed i Russi che li raggiungono, si riuniscono a T'ung-Hsien, a pochi chilometri ad est di Pechino, dove il 13 agosto viene deciso il piano d'attacco per il giorno successivo: finalmente dispacci del Generale britannico Sir Alfred Gaselee e di quello russo Linevitch recano i particolari della presa di Pechino.

Gli Inglesi attaccano la porta sud-est sfondandola senza trovarvi resistenza, perché l'attacco è inatteso. Entrano, quindi, la fanteria, la cavalleria e l'artiglieria. Il Generale Gaselee manda la cavalleria e parte dell'artiglieria al Tempio del Cielo, e lui stesso con il resto delle truppe si porta verso le Legazioni, arrivando alle 15:30 nel canale di fronte al recinto che le chiude. Dall'alto del muro i ministri fanno segnali. Gaselee con una parte dello stato maggiore e con 70 soldati attraversa il canale quasi asciutto e penetra nel recinto senza subire perdite.

Una brillante, espressiva descrizione dell'assedio alla Legazione Italiana è fornita dal giornalista-scrittore Luigi Barzini, il quale, come collaboratore del Corriere della Sera dal 1899, inaugura le corrispondenze dall'estero. Il 12 luglio 1900 s'imbarca a Genova sulla nave Prinz Heinrich con la quale giunge fino a Hong Kong: per un caso fortuito (è in attesa di una qualsiasi nave da guerra disposta ad imbarcarlo) giunge al porto della colonia britannica il Regio Incrociatore corazzato Vittor Pisani in rotta per Ta-Ku. Barzini, quindi, si unisce alla flotta fino a Ta-Ku, e da qui, al seguito della compagnia di sbarco, prosegue per Tientsin e poi a Pechino: "Le prime fucilate cinesi furono dirette contro la Legazione Italiana e contro quella austriaca. Non si aspettava l'attacco. Ma l'attacco non sorprese. Si sapeva che le truppe del Generale Tung Fu-ciau (Dong Fuxiang) si sarebbero alleate ai Boxers presto o tardi (...). Poco dopo che la fucileria era cominciata, la legazione austriaca veniva abbandonata dalla difesa (...). Dalla Legazione Italiana si sentiva quasi continuo il crepitio della loro mitragliatrice. Questa ritirata fu un errore. La legazione belga era stata abbandonata da vari giorni, perché troppo isolata e lontana dalle altre. Così la difesa delle Legazioni si operava sopra un grande quadrato avente agli angoli le Legazioni d'Austria-Ungheria, d'Italia, d'America e d'Inghilterra. La ritirata degli Austro-Ungarici portava la disorganizzazione in tutta la difesa: la Legazione Italiana, troppo esposta, si veniva a trovare in una posizione insostenibile. Verso le quattro, mentre il nostro ministro marchese Salvago Raggi, di ritorno dalla legazione d'Inghilterra, dove aveva disposto per l'alloggio della sua signora, si preparava ad accompagnarla, la fucileria contro la Legazione Italiana era continua (...). I marinai, vigilanti sulle piattaforme di legno lungo il muro di cinta e quelli appostati dietro alle barricate, non riuscivano a scorgere un cinese. All'alba del ventidue, verso le quattro del mattino, la via delle Legazioni si riempì ancora di Cinesi. Ma questa volta pareva che non fosse il saccheggio che li conducesse. Gridavano il loro "scià" ("sha"= uccidi) di guerra e si apprestavano alla barricata italiana con passo da contraddanza. Ogni tanto qualche proiettile veniva a schiacciarsi contro la barricata. evidentemente era un assalto (...). Il nostro cannone entrò in azione. Cinque colpi bastarono. La via fu sgombrata, ma nel frattempo i Boxers si erano appressati dal lato nord occupando tutte le casupole abbandonate, attigue alla nostra Legazione Italiana. Poco dopo quelle case ardevano, le fiamme minacciose si levavano a ridosso dell'abitazione del ministro e minacciava i fianchi dei due padiglioni abitati dai segretari (...). Non era più possibile nemmeno di prepararsi il cibo da mangiare. Bisognò domandarne alla legazione britannica, che mandava del riso, dei biscotti e del the. Il nostro ministro e il segretario della Legazione Italiana, marchese Caetani, non abbandonavano nemmeno un istante la barricata e dividevano con i marinai il magro pasto. Intanto il comando della difesa, ad est della legazione britannica, era stato preso dal comandante austriaco Thomann, Capitano di Fregata. Improvvisamente il comandante Thomann ordinò la ritirata generale, senza una ben chiara ragione. Questo movimento significò la perdita della nostra Legazione Italiana".

La Legazione Italiana, dopo che il 22 mattina viene incendiata dai Boxers, è abbandonata dal piccolo contingente che si trasferisce nella residenza, poi detta "Fu", del mandarino cinese Su Wang-Fu, fuggito alle prime rappresaglie, situata di fronte alla legazione britannica. Qui i marinai italiani, insieme con un drappello di Giapponesi, si mettono a protezione delle Legazioni britannica, giapponese e spagnola. Di nuovo Luigi Barzini registra: "Il Fu era la chiave della legazione inglese, ossia di tutta la difesa. Un solo cannone dal Fu avrebbe ridotto la legazione d'Inghilterra a un mucchio di rovine. I nostri marinai avevano il posto d'onore (...). La difesa del Fu, operata dai marinai italiani, è, senza dubbio, una delle più belle pagine dell'assedio. L'abnegazione, il coraggio, la pazienza dei nostri uomini, che non avendo più una legazione da difendere le hanno difese tutte, cominciano a diventare argomento di leggenda (...). Fra gli attacchi, le tregue e le spedizioni, la difesa del Fu è continuata fino all'ultimo giorno, cedendo il terreno palmo a palmo, lavorando sempre. Il comandante Paolini dava l'esempio dell'abnegazione. Quando egli era nell'ospedale inglese per la sua ferita, il marchese don Livio Caetani prese il comando del Fu, dove lavorava alle trincee e alle barricate in mezzo ai marinai, instancabile".

Questa è una intervista rilasciata dal marchese don Livio Caetani al suo ritorno in Patria: "Trovasi, come è noto, da qualche tempo in Roma don Livio Caetani reduce dal Giappone, dove fece breve sosta per ristorarsi dalle fatiche e dalle privazioni subite durante l'assedio delle Legazioni a Pechino. E ormai don Livio si è rimesso completamente in salute, e la gioia profonda di ritornare in seno ad una famiglia che lo adora, e che ebbe a passare giorni di terribile angoscia credendolo perduto, e le festose accoglienze ricevute da ogni parte, lo hanno un po' compensato della non breve serie di peripezie che ebbe ad attraversare. Egli si è quindi ridato alla sua passione prediletta, quella dei libri; e nella quiete della sua camera da lavoro, dalle pareti ricoperte da ampi e popolati scaffali, parla qualche volta, ma di rado e cogli amici più intimi, dei giorni e delle notti passate insieme a pochi eroici compagni, a poca distanza dalle truppe cinesi, sotto un fuoco continuo, contrastando al nemico il terreno a palmo a palmo. Fu da questi racconti che traemmo alcuni degli episodi che seguono, sembrandoci che meritassero di esser conosciuti come particolari che completano le notizie date dai diversi diari sino ad ora apparsi sull'assedio delle Legazioni, e che gettano nuova luce sulla condizione e sulla vita dei valorosi difensori delle Legazioni stesse.

Come tutti sanno ormai, assai prima del maggio dell'anno scorso, i Boxers avevano fatto la loro apparizione nello Shantung e si erano poscia sparsi nel Cili (Chili), da dove erano giunti ai primi di maggio sino a Tientsin e poi a Pechino. E nettamente risultava trattarsi di una setta fieramente avversa agli stranieri; tanto che nel giugno le mura di Pechino apparivano coperte di violenti manifesti nei quali gli affiliati alla setta promettevano a coloro che avessero dato aiuto per lo sterminio degli europei e che avessero recitato speciali preghiere e bruciato bastoni d'incenso rivolti verso la tomba di Confucio, l'invulnerabilità completa, e anzi "un petto d'acciaio e gambe di roccia". Ai primi di giugno arrivavano a Pechino i distaccamenti per la difesa delle Legazioni, e con essi 40 marinai italiani, al comando del tenente di vascello Paolini; ben presto per altro questi marinai rimasero in 30, essendone andati dieci, per le richieste di monsignor Favier, col sottotenente di vascello Olivieri, a rinforzare i francesi che difendevano la cattedrale, o Peitang, (Pe-Tang) della Missione centrale.

Vedendo che le cose peggioravano, specialmente dopo l'arrivo delle truppe tartare, vennero chiesti rinforzi all'ammiraglio Seymour, di cui si aspettava l'arrivo ad ogni momento. Tuttavia, ad onta dell'uccisione del cancelliere della legazione giapponese, non si credeva ancora ad attacchi seri, quando nella prima metà di giugno cominciarono grandi incendi, la ferrovia venne distrutta, e si principiò a dar fuoco alle missioni e alle abitazioni degli Europei e dei loro servi. Così trascorsero i giorni sino al 19 giugno, in un allarme continuo, mentre gl'incendi andavano aumentando d'intensità nella città cinese, e formavano uno spettacolo spaventoso e meraviglioso insieme per la sua grandiosità. Avvenuto l'assassinio del barone Ketteler, secondo l'intesa già stabilita, cominciarono a ritirarsi nella legazione inglese le persone non combattenti, seguite il 22 dai varii distaccamenti; e avendo il ministro inglese assunto il comando, agli italiani ed ai giapponesi fu affidata la difesa del muro di cinta di un ampio giardino, distante un mezzo chilometro dalla legazione, e che con questa comunicava a ponente.

Il giardino o Fu, chiamato Su-Uang-Fu o villa del Principe Su, apparteneva ad uno dei pochi principi dell'antichissima nobiltà cinese, detti "dall'elmo di ferro", che quando la dinastia mancese o manciù era salita al potere nel 1600, avevano accettato il nuovo stato di cose. Il proprietario della villa (della cui pianta diamo qui un semplice abbozzo) era scappato, e i marinai italiani e giapponesi dovevano difendere un'ampia proprietà, tutta sparsa di casette, di chioschi, di ponticelli, e circondata da un lungo muro alto circa quattro metri. Il giardino era separato a ponente dalla legazione inglese, da un canale; ma per recarsi alla legazione bisognava compiere un lungo giro andando prima nel cortile alberato H e di lì passando il canale. Gli Italiani occuparono subito il muro di cinta da A sino a D, e da D in E si distribuirono i Giapponesi. Scopo dei difensori era di resistere finché si poteva, e di cedere lentamente valendosi di opere di difesa improvvisate, usufruendo degli edifici e degli ostacoli naturali esistenti nel giardino, particolarmente verso il nord.

Fu così che quando i Cinesi riuscirono ad aprirsi un varco nel muro R, i marinai dovettero a mano a mano ritirarsi e prender come nuova linea di difesa la MKN, approfittando della collina K; poi, avanzatisi ancora i Cinesi per mezzo di trincee, la linea di difesa subì l'ultimo spostamento lungo la P I Q, anche questa volta usufruendo della collina I. I lavori di terra, trincee, ecc., erano fatti in parte dai marinai, in parte coll'aiuto di Cinesi cristiani di cui un ufficiale inviava richiesta alla legazione allorché lo si reputava necessario, e che arrivavano sul posto guidati dai loro missionari; i sacchi a terra venivano preparati nella legazione stessa, con una macchina da cucire che vi si era trovata. Fu mentre italiani e giapponesi occupavano la linea P I Q, che le truppe liberatrici penetrarono in Pechino e giunsero alla legazione inglese, quando la difesa del giardino durava da ben 54 giorni, e precisamente dal 22 giugno al 14 agosto.

I difensori del Fu erano distribuiti a gruppi di tre soldati ciascuno, che facevano la guardia, a turno, per due ore. Naturalmente sul principio dell'assedio i gruppi stavano distanti fra loro, il che era pericoloso ed obbligava ad una incessante vigilanza; ma in seguito, collo spostarsi indietro della linea di difesa, i gruppi finirono col venire quasi a contatto fra loro. Il vitto veniva mandato due volte al giorno ai difensori dalla legazione inglese, dove tutte le provviste erano state messe in comune, e dove certe derrate, come la farina e il riso, non scarseggiavano, essendosi potuto metter le mani su alcuni negozi compresi nella linea di difesa che circondava la legazione; le razioni si componevano di riso condito alla meglio e di carne di cavallo arrostita. Furono consumati circa ottanta cavalli, quasi tutti appartenenti al personale delle varie Legazioni, che riuscirono di un sussidio prezioso per gli assediati; i nostri marinai però una sola volta ebbero la ventura di variare il loro ordinario colla cattura di un gatto, il quale, inutile il dirlo, venne preso, cotto e mangiato, tra una fucilata e l'altra.

Il periodo più grave dell'attacco andò dagli ultimi di giugno alla metà di luglio; poi, da questa epoca alla metà di agosto l'assedio si fece meno intenso, forse pel contraccolpo della presa di Tientsin. Come fu detto più sopra, la prima linea di difesa dei combattenti italiani e giapponesi, fu quella del muro di cinta del Fu, contro il quale i Cinesi rivolsero tutti gli sforzi per batterlo in breccia; e come segno della paziente pertinacia colla quale cercavano di conseguire l'intento, stando tuttavia sempre al sicuro, basti il ricordare che a forza di fucilate sparate per giornate intiere, erano quasi riusciti a praticare una specie di apertura triangolare nel muro, sfaldandone a poco a poco coi proiettili la cresta. Ma in questo, come in molti altri casi, un lavoro pazientemente iniziato e quasi condotto a termine, era dai Cinesi ad un tratto abbandonato, senza ragione plausibile; gli assedianti procedevano senza alcun metodo, ed è per la profonda paura dei Cinesi di esporsi a combattimenti all'aperto, che gli assediati poterono continuare nella loro resistenza, mentre da un serio attacco alla baionetta avrebbero potuto esser facilmente sopraffatti.

La distanza che separava assediati ed assedianti facevasi talvolta sì piccola, anche minore di quindici metri, che specialmente durante la notte si udivano perfettamente i discorsi dei soldati cinesi nascosti nelle trincee, o riparati dietro sicuri ostacoli; una notte, anzi, giunsero distinte ai nostro le grida di un disgraziato che pareva fosse sottoposto alla tortura, e che era forse un cinese convertito al cristianesimo, caduto fra le unghie dei suoi ex-correligionari. Ma non vi era mai caso che la figura di un soldato si mostrasse; a questo proposito va citato il fatto seguente. Sul principio dell'assedio i Cinesi rendevano quasi impossibile la difesa del muro del giardino, lanciando dall'esterno, al di sopra del muro, e con una abilità straordinaria, una grandine di pietre sui nostri; perché tra le cose che un cinese deve ben conoscere per essere accettato come soldato, vi è pure il lancio dei sassi. Alla fine anche i nostri marinai impararono benissimo a dare la "replica", e la sassaiola dall'interno venne a far seria concorrenza a quella esterna. I Cinesi allora cambiarono tattica, e dai difensori del Fu si capì che essi andavano accumulando materiali contro il muro, per raggiungerne facilmente la vetta; difatti dopo qualche tempo si vide sulla cresta del muro sorgere piano piano un altro murello a secco con feritoie, i cui costruttori, sempre prudenti, mostravano nell'opera loro a malapena le mani. I nostro pensarono allora di contrastare il lavoro in un modo originale; e trovata una lunga trave, cominciarono a manovrar questa come un ariete, picchiando contro l'opera dei Cinesi con tanto slancio, da mandarla presto in rovina. Ma al solito una sassaiola tremenda impedì di continuare ad usar l'ariete; mentre da parte loro i Cinesi, senza che se ne sapesse la causa, abbandonarono il lavoro incominciato.

Anche nell'adoperare le armi da fuoco, fucili e cannoni, i Cinesi non agivano mai sistematicamente, benché seguissero una specie di orario; così, dopo una calma nelle prime ore del mattino, alle otto cominciava un fuoco violento, che cessava e ricominciava con intervalli di circa quattro ore anche durante la notte, e che dopo periodi furibondi diveniva insostenibile, ad un tratto si fermava. Così pure dai tiri si riconosceva che i puntatori abili erano pochissimi. Invece abilissimi i Cinesi palesavansi nel tirare contro le feritoie dietro le quali i nostri spiavano e cercavano di colpire i nemici; tanto che si era ricorso allo stratagemma di osservare le opere dei Cinesi indirettamente per mezzo di specchietti, i quali nondimeno ben presto andavano in frantumi sotto qualche proiettile. Si dovette ricorrere persino al partito d'incaricare un marinaio pieno di ardimento, e collocato in un luogo assai pericoloso, di cacciar fuori, come un babau, rapidamente la testa, di dare un'occhiata ai nemici, e di rimpiattarsi subito. E accadde che proprio la prima volta che il marinaio faceva la sua apparizione, si trovò dinanzi, a poca distanza, la faccia di un cinese, il quale spiava nello stesso modo, talché le due teste non poterono fare a meno, malgrado il critico momento, di scoppiare entrambe in una risata. Del resto i nostri cercavano di eccitare in ogni maniera la mania di sparare degli assedianti, alzando sulle barricate berretti e fantocci sui quali si scatenava un diluvio di colpi; e una gran testa di cartone che i marinai trovarono in una delle casette del Fu, divenne un bersaglio sul quale i Cinesi sfogarono l'ira loro per lungo tempo, prima di accorgersi dell'inganno.

Le armi di cui i Cinesi servivansi erano generalmente moderne, ma nel loro insieme entravano i tipi più svariati e più antichi, dal vecchio cannone a palla piena, alla lunghissima spingarda la cui esplosione esigeva l'azione combinata di due uomini e un tempo infinito. Talché, diceva don Livio Caetani, nel concerto infernale di tutte queste armi, durante i periodi di delirio "sparatorio" si distinguevano le voci più disparate. Contro il cannone il muro del Fu non poté resistere a lungo, e come fu detto, aperta in esso una breccia i difensori italiani e giapponesi cominciarono a ritirarsi, il più lentamente che potevano, dinanzi agli invasori, approfittando come mezzi di riparo e di resistenza delle casette, pagode di legno, ecc., che nel giardino erano disseminate. I Cinesi si avanzavano tenendosi nascosti nelle trincee che procedevano a zig-zag; ma la loro tattica era sempre quella di cacciare i nostri dai loro ripari, incendiandoli.

A siffatti incendi si procedeva da parte dei nemici in un modo privo di rischi. Talvolta i Cinesi si servivano di lunghe pertiche alle quali avevano fissato un recipiente pieno di petrolio e una miccia accesa; il petrolio veniva versato sul legname dell'abitazione, e poi vi si faceva cader sopra la miccia. un'altra volta invece i Cinesi lanciarono contro una casetta difesa, una quantità di pezzi di legno e di altre materie infiammabili, e quando il materiale si trovò accumulato in quantità sufficiente, un soldato sbucò fuori a gettarvi dentro una torcia accesa.

Con questi incendi i nostri erano obbligati a ritirarsi e a prendere nuove posizioni dietro opere di difesa che a mano a mano preparavansi alle loro spalle; d'altro canto, come risultò ad assedio finito, anche i Cinesi nella loro avanzata si tenevano sempre difese le spalle con un labirinto di ripari, che avrebbe reso inutile qualunque sortita dei nostri.

Questo modo di combattere faceva sì che i combattenti fossero continuamente, si può dire, a contatto; e i nostri marinai ne approfittavano per lanciare ai nemici tutto il repertorio d'ingiurie cinesi che avevano potuto imparare, tra le quali predominava l'epiteto di uang-pa, che significherebbe "figlio di tartaruga" ma che ai Cinesi riusciva sì atroce, da provocare pazze scariche di moschetteria. Quando poi l'uragano di spari era cessato, i nostri iniziarono un concerto di fischi, di grida e di suoni molto imitativi ma assai inverecondi, accompagnati dal frastuono di casse da petrolio percosse a tutto spiano e da grida furibonde di "fuori l'autore"!

L'umore dei nostri marinai durante questo lungo assedio, non cessò un momento d'essere eccellente; essi combattevano compiendo di continuo atti di abnegazione e di coraggio e lavorando con entusiasmo alle fortificazioni, guidati dall'esempio dei loro capi, che erano i primi ad esporsi al pericolo e che dividevano cogli altri fatiche e privazioni. E' conosciuta l'eroica condotta del tenente Paolini, il quale per una grave ferita ricevuta in un braccio durante una sortita, il 29 giugno, cedette il comando dei nostri a don Livio Caetani. Quando dal 13 al 14 agosto si intesero le cannonate che annunciavano la liberazione, i trenta marinai che andavano cantando allegramente ai Cinesi il noto ritornello: "siam furbi noi - non ce la fanno" erano ridotti quasi alla metà: sette ne erano morti, dei quali a titolo d'onore ricordiamo i nomi: Leonardo Mazza, Zolla, Boscarini, Manfron, Antonio Milani, Melluso, Marsili, e cinque avevano ricevute ferite gravi: Lunardi, Gherardi, Costa, Gaggero, De Gregorio. E nondimeno nei superstiti restava incrollabile il proposito di continuare nella resistenza, senza sapere se e come un soccorso sarebbe potuto giungere, risoluti a combattere sino all'ultimo!".

Con la presa e l'occupazione di Pechino da parte delle forze alleate delle Grandi Potenze, l'Imperatrice e la Corte si rifugiano nel palazzo d'Estate e da qui si trasferiscono a Xi'an (She-An, Sian), mentre gli edifici pubblici, i templi e i più sontuosi palazzi della capitale divengono gli alloggi delle truppe. E', però, stabilito che la Città Proibita non sia occupata: l'umiliazione all'Impero è inflitta dal passaggio delle truppe che attraversano da sud a nord i cortili e palazzi vietati da secoli a tutte le persone "comuni": "Il mattino del 28 agosto 1900, ebbe luogo la solenne cerimonia. Nello spazio, che precede la porta sud della Città imperiale, si riunì il corpo diplomatico, i capi di contingenti con i loro Stati maggiori, le rappresentanze di tutte le truppe, con rispettive bandiere: 800 Russi, 800 Giapponesi, 400 Inglesi, 400 Statunitensi, 300 Francesi, 250 Germanici, 100 Italiani, 60 Austro-Ungarici. Fra gli Ufficiali italiani, i nuovi venuti del Regio Incrociatore protetto Ettore Fieramosca ed il Tenente di Vascello Giuseppe Sirianni. Il Tenente di Vascello Paolini, il Sottotenente di Vascello Olivieri, con i distaccamenti, che avevano preso parte alla difesa della Legazione Italiana e del Pe-Tang, erano alla testa della compagnia".

Non tutti gli storici sono però d'accordo con questa versione "pacifista" dell'ingresso delle truppe straniere a Pechino: "Ha allora inizio una carneficina e un saccheggio sistematici che superano di gran lunga tutti gli eccessi commessi dai Boxers. A Pechino migliaia di uomini vengono massacrati in un'orgia selvaggia; le donne e intere famiglie si suicidano per non sopravvivere al disonore; tutta la città è messa a sacco; il palazzo imperiale, occupato dalle truppe straniere, viene spogliato della maggior parte dei suoi tesori". L'Italia, secondo il ministro Salvago Raggi, è quasi estranea a tali vilipendi e massacri, e nella lettera dell'Ammiraglio Candiani al Ministero della Marina del 25 febbraio 1901 è scritto: "E' del pari opportuno ripetere che le nostre truppe non presero mai parte a saccheggi, incendi e massacri, se non altro perché giunte in ritardo".

Sin dall'inizio del giugno gli avvenimenti in Cina destano l'attenzione dell'opinione pubblica italiana e non manca giorno che sui principali quotidiani non appaiano notizie al riguardo: si tratta principalmente di comunicazioni telegrafiche da Londra e altre capitali europee, alle volte da Shanghai, mentre sono completamente interrotte le comunicazioni con Pechino e Tientsin a causa di guasti alle apparecchiature. Per molti giorni mancano notizie sulla Legazione Italiana, e ciò fa presagire il peggio per l'incolumità dei connazionali. L'onorevole Francesco Crispi in un articolo sulla Tribuna, riportato sul Corriere della Sera del 22-23 giugno, esordisce con queste parole: "Gli avvenimenti cinesi, dei quali abbiamo notizie così incompiute e frammentarie, sono il prologo d'un gran dramma, che rappresenta un pericolo gravissimo per la pace d'Europa". E aggiunge: "Non si tratta più di un'avventura coloniale, cui si possa discutere se convenga agl'interessi dello Stato o disconvenga: si tratta di un sanguinoso festino, alla fine del quale largo e ricco sarà il bottino da dividere fra coloro che vi avranno diritto e l'Italia, appartandosi come fa, sarà esclusa. Piangeremo poi la nostra imperizia, la nostra imprevidenza: ma le lagrime dei deboli non indurranno i forti, dopo la vittoria, a privarsi di una sola foglia dell'alloro meritato".

La questione di un intervento più massiccio viene sollevata anche nel corso della seduta del Senato del 23 giugno, in seguito ad una interpellanza del senatore Vitelleschi, in cui è ribadita la necessità della tutela della Legazione Italiana e dei connazionali non solo nel momento attuale, ma anche per l'avvenire. Finalmente con una circolare, riservatissima, del 5 luglio 1900 il Ministero della Guerra dà disposizioni d'inviare, in rinforzo dei Regi Incrociatori protetti Elba e Calabria già sul posto, del Regio Incrociatore protetto Ettore Fieramosca partito il 10 giugno e del Regio Incrociatore corazzato Vittor Pisani salpato il 3 luglio, le navi della Regia Marina Stromboli e Vesuvio, che vanno a costituire la Forza Oceanica dell'Estremo Oriente al comando dell'Ammiraglio (grado equivalente a Generale) Candiani imbarcatosi sul Fieramosca. Il 19 luglio, a bordo dei piroscafi noleggiati Minghetti, Giava e Singapore della Navigazione Generale Italiana, il Corpo di Spedizione parte da Napoli per il secondo intervento in Cina. Il 12 agosto il convoglio arriva a Singapore e da là, sotto la scorta della Stromboli, procede per la rada di Ta-Ku, dove giunge all'alba del 29 agosto. Il contingente italiano, al comando del Colonnello Vincenzo Garioni, è costituito principalmente da un battaglione di Fanteria agli ordini dal Tenente Colonnello degli Alpini Tommaso Salsa; un battaglione di Bersaglieri (2° reggimento Bersaglieri, XVII battaglione 1° compagnia: 12° rgt. 1 compagnia, 1° rgt. 1 compagnia, 5° rgt. 1 compagnia) comandato dal maggiore Agliardi; una batteria di Artiglieria da montagna con mitragliatrici, un distaccamento del Genio, un drappello di Sussistenza, un ospedaletto da campo con 4 Ufficiali e 31 uomini di Sanità. In tutto 1.965 uomini, ovvero 83 Ufficiali, 1.882 militari di truppa, e 178 quadrupedi che s'aggregano al Corpo di Spedizione alleato dalla fine del 1900 a tutto il 1901. Con lo sbarco di queste truppe l'effettivo italiano è portato a 2.445 uomini.

La campagna di Cina velocizza le carriere di tutti i partecipanti. Il Colonnello Vincenzo Garioni, il 24 maggio 1915 è al comando della 3a armata, con sede a Portogruaro, che copre il fronte da Manzano al mare contro le truppe dell'Impero Austro-Ungarico: il suo grado è quello di Generale d'armata. Il Tenente Colonnello Tommaso Salsa (1857-1913), trevigiano, imbarcatosi a Napoli il 28 settembre 1912, sbarca a Tripoli l'1 ottobre durante la guerra italo-turca, Cavaliere dell'Ordine Militare di Savoia, decorato con 1 medaglia d'argento e 1 d'oro al Valor Militare: il suo grado è quello di Generale di brigata alpina. Il Maggiore Agliardi è a Gorizia l'8 agosto 1916 sulla riva destra dell'Isonzo: il suo grado è quello di Generale di brigata. Il genovese Tenente di Vascello Giuseppe Sirianni, diviene Ammiraglio, sottosegretario e ministro della Regia Marina. Il marchese Giuseppe Salvago Raggi, altro genovese di razza, dal 1906 al 1907 è governatore di Benadir, poi Somalia, e dal 25 marzo 1907 al 17 agosto 1915 è il governatore dell'Eritrea. Per gli atti eroici dimostrati in questi due anni di guerra, 2.325 uomini, fra soldati e civili, vengono decorati.

Il 22 dicembre 1900 il corpo diplomatico di Pechino presenta ai plenipotenziari cinesi una nota collettiva e definitiva, contenente 12 articoli, che, incondizionatamente accettata dalla Cina, deve ristabilire la pace con le Grandi Potenze, ma le trattative, per arrivare alla firma del protocollo, si protraggono sino al 7 settembre 1901. La Cina è costretta ad accettare durissime condizioni: pagamento dei danni di guerra ammontanti a 450.000.000 di taels d'argento (67.000.000 di sterline inglesi ovvero 335.000.000 di dollari americani in oro) rateizzati in 40 anni e maggiorati degli interessi (si stima in 669.000.000 di taels, Talleri o dollari in lingua locale, l'importo pagato alle Grandi Potenze fino agli ultimi anni 1930), divieto di importare armi, smantellamento del forte Ta-Ku, presentazione di scuse diplomatiche, emanazione di un editto che vieti in tutto il paese le manifestazioni xenofobe.

Anche l'Italia, sebbene in misura ridotta rispetto alle altre nazioni, ottiene la sua parte di "bottino di guerra", al quale rinuncia con il Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947. I "privilegi" italiani in Cina consistono:

1. nel riconoscimento della proprietà della Legazione Italiana nel quartiere delle Legazioni di Pechino con un contingente di truppe a presidio;

2. nella Concessione di Tientsin, che occupa un'area di circa mezzo chilometro quadrato, e che costituisce la principale acquisizione italiana in Cina, a 38° 56' di latitudine nord e 117° 58' di longitudine est;

3. nel riconoscimento della proprietà italiana del forte di Shan Hai-Kwan, opera terminale a mare della Grande Muraglia, ed al suo presidio militare;

4. nel riconoscimento della proprietà italiana dell'ancoraggio di Ta-Ku nell'estuario del fiume Pei-Ho con conseguenti impegni di presidio e difesa;

5. nell'autorizzazione a servirsi dei quartieri internazionali di Shanghai, Hankow ed Amoy (Xiamen, nel Fujian),

6. nell'autorizzazione a costruire e presidiare le caserme "Italia" ad Hang-Zhou, "Savoia" a Tientsin e quella della "Regia Guardia" alla Legazione Italiana di Pechino;

7. nell'autorizzazione all'impiego di militari a difesa di luoghi di pertinenza come chiese, missioni, ferrovie, miniere, ecc...;

8. nell'indennizzo per danni di guerra di 26.617.000 di taels (equivalenti a 99.083.768,75 di lire del 1901).