Doge Marco Antonio TrevisanStemma del Comune di Cinto CaomaggioreCapitano Giacomo Marcello

 

 



Ascia di pietra verde

Denarius romano del 211 a.C. appartenente al tesoro di Cinto rinvenuto nel 1904

Denarius
Denarius

La chiesa parrocchiale dedicata a San Biagio

Il fonte battesimale del Pilacorte

Chiesa di San Giovanni Battista in Settimo: martirio di San Sebastiano

Ritratto di Antonio Corner, opera di Gregorio Lazzarini nel 1685, Londra, National Gallery

Il mulino di Cinto

Villa della Persiana

La chiesa parrocchiale nel 1920

Il municipio nel 1920

Il municipio nel 1930

La chiesa parrocchiale nel 1930

Carlo, l'ultimo imperatore austro ungarico, saluta le sue truppe in Cinto il 10/08/1918

L'Imperatore Carlo I






Storia a Cinto

Il territorio risulta abitato in epoca preistorica, essendo stati ritrovati resti di abitazioni palafitticole, oggetti litici e vasi con cordone impresso con impronte digitali, ed in epoca preromana, come dimostrano i reperti archeologici. E' vero comunque che nel territorio di Cinto Caomaggiore sono venuti alla luce numerosi reperti di epoca romana fra cui un monetario di notevole interesse e valore storico, costituito da quattromila monete, molte delle quali d'argento, custodite ora nel museo concordiese di Portogruaro. Lo storico Monsignor Tommaso Gerometta, abate dell'abbazia di Sesto al Reghena, ipotizza che Cinto Caomaggiore si trovi su un nodo stradale di notevole interesse strategico formato dalla strada consolare Iulia, che da Concordia risale verso Arzene, Osoppo, Gemona, Tolmezzo, il passo di Monte Croce ed il Norico, e da una seconda strada, una variante della via Postumia, che da Oderzo, Opitergium, Annone Veneto, ad Nonum, Cinto Caomaggiore, Cinctum, si dirige ad Aquileia. In quest'epoca Cinctum è una delle corti formate da una o più famiglie stanziate sulle vie dove maggiore è il bisogno di difesa e di servizi a viaggiatori e commercianti. Qui gli agrimensori romani tracciano i diritti decumani e cardines che, paralleli e ortogonali fra loro, vengono a comporre un regolare disegno agrario, formato di uguali appezzamenti, chiamati centuriae, di 20 actus x 20 di lato (metri 710 x 710). Il lungo rettifilo che unisce tutt'oggi Portogruaro con Cinto Caomaggiore è il cardo maximus, uno degli assi fondamentali dell'intero disegno agrario.
Al termine dell'impero romano Cinctum decade a causa delle invasioni barbariche che lo attraversano devastandolo e torna ad una certa vita e funzione quando entra a far parte dell'area che i longobardi Erfo, Anto e Marco, figli di Pietro, duca del Friuli, e di Piltrude, donano nel 762 al monastero da loro appena fondato nella vicina Sesto al Reghena, allora Sextus in Silvis, così chiamata perché sorge in mezzo alla grande selva che si estende fra il Livenza, Liquencia, e il Tagliamento, Tiliaventum, fra il mare Adriatico e il monte Cavallo; territori che nel 967 l'imperatore Ottone I assoggetta al dominio temporale dei patriarchi di Aquileia, che li amministrano fino al 1420 utilizzando come vassalli i conti di Panigai i quali, a loro volta e non sempre, affidano a dei gastaldi il controllo dei singoli territori, tra cui Cinto Caomaggiore.
Nel 1184 papa Urbano III conferma con decreto al Vescovo di Concordia tutte le pievi esistenti nella diocesi di Concordia tra le quali riporta la pieve di San Biagio di Cinto: con la Bolla del 1186 questo papa riconferma alla Chiesa concordiese i suoi possessi e prerogative e fra questi tertiam partem mute que exigitur de silva Curto (Cinto, errore dell'amanuense). Una donazione all'abbazia di Summaga di sei mansi da disboscare, elargita nel 1192 dal patriarca di Aquileia Godoberto, indica che quel patriarcato possiede delle proprietà in Cintho, mentre l'incarico, conferito in pari data ad Adalpreto, rivela che il paese è la sede del gastaldo al quale i patriarchi affidano la giurisdizione sulla grande selva che trascende dai confini comunali. Per il governo della grande foresta, il waldum appunto, le cronache del 1192 registrano, infatti, un Adalpreto minister ipsius Domini patriarche in Cintho (questo minister è con molta probabilità un gastaldo) ed un Achillionis forestarius de Cintho. Venerdì 30 novembre 1218 le antiche cronache riportano il nome di Falcomario di Panigai, gastaldo di Cintho. In quest'epoca la giustizia viene amministrata a Cintho per mezzo di un rappresentante del conte di Panigai, gastaldo di Meduna, e di un rappresentante patriarcale, i quali tengono placito in questo luogo una volta l'anno per rendere giustizia agli abitanti dell'area. L'assoggettamento alla gastaldia di Meduna ed al feudo dei conti di Panigai si spezza nel 1806 con l'erezione di Cinto a comune, avvenuta alla nascita del Regno d'Italia retto da Napoleone I: evento al quale, subentrato nel 1815 l'austriaco Regno lombardo veneto, segue il trasferimento dalla Patria del Friuli alla provincia di Venezia. L'800 è un secolo positivo per questo comune, evidenziato da un continuo aumento della popolazione; da appena 594 abitanti del 1766, infatti, si passa ai 1.423 del 1862 ed ai 2.075 del 1901. Compreso, come tutto il Portogruarese, nella zona invasa dagli Austriaci durante la prima guerra mondiale, dopo la rotta avvenuta a Caporetto nell'autunno del 1917, Cinto Caomaggiore, centro tradizionalmente agricolo, negli anni venti comincia ad acquistare una certa risonanza con lo sviluppo dei caseifici sortivi già durante il dominio asburgico. Di recente, il paese ha subito una flessione economica, imputabile ad un repentino e brusco calo dell'allevamento del bestiame ed alla conseguente crisi del settore caseario. Oggi, però, tale flessione è stata assorbita per un'integrazione dell'agricoltura con più attività industriali sorte in loco.

Arte a Cinto

Pur sembrando un comune di recente costituzione e sviluppo edilizio, il centro urbano offre più vestigia del passato che, provenendo da Portogruaro, si offrono in successione. Ancor prima di giungere nell'abitato s'incontra la rinascimentale chiesetta, con pianta a croce greca, della Madonna della Immacolata Concezione, ingentilita dall'arioso pronao neoclassico nel 1720. Sull'unico altare è posta una gentile Madonna in legno policromo, attribuita al bellunese Valentino Panciera detto il Besarel (1829-1902). Il marmoreo altare, coevo del pronao, è inserito nel mezzo di un buon affresco appena ritornato alla luce a seguito di lavori di restauro. L'affresco datato 1613, forse un ex voto, è originariamente un trittico sormontato dalla immagine del Padre Eterno benedicente affiancato da due piccoli angeli: nei due dei tre soggetti primitivi si identificano un cardinale, a sinistra, ed un frate, a destra. Il soggetto centrale è andato distrutto nel 1720 a causa della costruzione dell'altare. Il ritrovamento dell'affresco è talmente recente che non è stato consolidato da una perizia storico artistica: a caldo l'immagine del cardinale viene associata a Sant'Ignazio da Loyola, il fondatore dei Gesuiti che con Cinto molto hanno a condividere, mentre quella del frate a San Francesco da Paola, protettore di chi guada un corso d'acqua. Sullo sfondo di un ampio giardino, con sulla sinistra una vera da pozzo di stile veneziano, è villa Trevisan del XVIII secolo; in passato forse dotata di ali, oggi si presenta con un solo corpo a tre piani, dal gioco serrato della diversità delle finestre. La villa viene fatta erigere da Paolo Trevisan, pretore della Serenissima nell'isola di Cefalonia, ritiratosi in Cinto nel 1772, terra natale sua e della sua famiglia.
Similare nella facciata è villa Bornancini, XVII-XVIII secolo, inserita in un vasto parco cintato in parte da mura merlate e con a lato dell'edificio un arcuato portale d'accesso. A breve distanza è la l'antica pieve, oggi parrocchiale, dedicata a San Biagio. Intorno a questa pieve si dispone solo di scarse e frammentarie notizie: la chiesa, dedicata un tempo a San Biagio Vescovo e martire, è consacrata, benché non esistano documenti a comprovarlo. Si ritiene che la pieve sia antica perché ricordata nel decreto e nella Bolla di papa Urbano III, rispettivamente del 1184 e del 1186. Pochissimo si può dire della struttura architettonica che ha subìto numerose alterazioni nel tempo. Molto raccolto l'interno, scompartito da grossi pilastri quadrati delimitanti le navate laterali e prospetticamente incornicianti l'abside del barocco altare maggiore; ai suoi lati si aprono due cantorie in legno intagliato munite di organo, sovrastanti gli scanni anch'essi lignei, del coro. Vanto della chiesa sono: la pala della Crocifissione, attribuita a Gregorio Lazzarini (1665-1730); la delicata statua lignea della Vergine di Valentino Panciera detto il Besarel (1829-1902); il marmoreo fonte battesimale realizzato da Giovanni Antonio Pilacorte nel 1486. Il fonte è coronato da una graziosa cupola in rame fissata con sei maschi ad altrettanti fori sul bordo del catino tramite piombo fuso. La cupola viene asportata dalle truppe austriache durante la Grande Guerra. Tre acquasantiere rinascimentali, due baccellate a mensola ed una da pavimento, fanno bella mostra di sé nell'ingresso dell'aula. Quella da pavimento è opera di una esperienza notevole; un tempo ingentilita, sul piedistallo, da emblemi araldici rimossi a scalpellate da chissà chi e quando. Infine, le tre statue di San Marco, San Biagio e San Giovanni Battista rappresentano le tre chiese della pieve di Cinto. La facciata crollata nel 1937 è stata ricostruita e ultimata nel 1939 dall'impresa Enrico Pellegrini su progetto dell'ing. Leo Gerolami da Fanna ed inaugurata dal Vescovo Luigi Paulini il 5 febbraio 1939. Originariamente la facciata è di stile rinascimentale e molto simile a quella della cattedrale di Concordia. Da ricordare è ancora l'ampio asilo infantile del 1953 e l'accogliente canonica che nel 1958-59 sostituisce la vecchia divenuta inabitabile. San Biagio, il santo protettore della comunità, viene festeggiato il 3 febbraio.
Ben ricca d'interessi artistici è la chiesa di San Giovanni Battista costruita a Settimo attorno al 1458 incorporando un preesistente oratorio e completata dal campanile nel 1622. Il fabbricato, ad una sola navata, è il risultato di ampliamenti effettuati in più riprese, sicché oggi la primitiva costruzione è data dalla sola abside. In questa parte della chiesa un paziente lavoro sta riportando alla luce una serie di affreschi, di epoca e attribuzioni diverse, ed è accreditata l'ipotesi che pareti e volta possano riservare delle autentiche sorprese. I tratti restaurati evidenziano che non vi si è sviluppato un solo tema, ma piuttosto accostati soggetti diversi rifacentisi a devozioni locali. Gli affreschi comprendono, all'angolo della parete destra del coro con quella dell'arcosanto, la rappresentazione di S. Antonio abate ed altro santo Vescovo (forse Sant'Agostino), del Martirio di S. Sebastiano e, nel registro superiore, dell'Elemosina di S. Martino, della quale peraltro rimane soltanto un abbozzo. Alla sinistra dell'arco absidiale trova posto una Adorazione dei Magi, mentre ai lati ed alla sommità dell'archivolto sono visibili l'Annunciazione (dello strato originario quattrocentesco, ricoperto da una nuova versione dell'episodio sacro nella seconda metà del XVI secolo, sopravvivono solo alcuni lacerti della veste dell'Angelo e di Maria, insieme a particolari architettonici) ed il Sacrificio di Caino e Abele. L'attribuzione degli affreschi a Gianfrancesco da Tolmezzo ed ai suoi stretti seguaci è motivata dai precisi raffronti possibili tra alcuni brani dipinti a Settimo e la versione datane dal Tolmezzino in altri cicli decorativi: può essere, per esempio, il caso del Sant'Antonio abate che, sullo sfondo di un cielo annuvolato dove volteggiano i suoi demoni tentatori, ripropone fedelmente la fisionomia del medesimo santo raffigurato a Forni di Sopra. D'altra parte anche gli arcieri ai lati di San Sebastiano presentano nelle loro pose e nella rappresentazione scorciata del volto caratteri mantegneschi così insistiti (individuabili pure nel paesaggio dell'Epifania) da rendere più che plausibile il richiamo a Gianfrancesco del Zotto, che dell'arte padovana del XV secolo è uno dei principali tributari nel Friuli di fine '400. Coevi della decorazione quattrocentesca del coro potrebbero essere anche gli Apostoli di cui rimangono labili tracce nell'absidiola e la Nascita del Battista e la sua predicazione sul Giordano. Oltre a queste opere attribuite al friulano Giovanni Francesco del Zotto detto Gianfranco o Gianfrancesco da Tolmezzo (1450-1508), si ritiene sia dovuto a Giovanni Maria Zaffon, detto il Calderari, un dolce affresco isolato, immediatamente battezzato dalla popolazione la Madonna del latte. Sempre nel tempio è, infine, una grande pala con la Vergine fra San Giovanni Battista e San Marco, attribuita ad Alessandro Varotari detto il Padovanino (1588-1648). Da notarsi, nella adiacente sagrestia, un lavabo in pietra, presentante molte analogie con un altro posto nella sagrestia della chiesa di San Vitale di Annone, opera che sembra debba risalire alla prima metà del 1400.


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