ItaliaSandro Bassetti, Castello Monaldeschi della Cervara, 05014 Monte Rubiaglio (TR), Italia bassetti@libero.it Comunità Europea

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  Il Conte Negroni - 1

Stemmi dei conti Negroni

 

La Casata Negroni

Questo scritto è volto a riassumere quei pochi dati residui delle vicende legate ad un singolare abitatore del Castello di Monte Rubiaglio: il conte Giovanni Battista Negroni che vive ed opera tra la fine del seicento e la prima metà del settecento. La pace assicurata dal Buon Governo, la ricchezza economica di cui dispone, l'intelligenza di cui la natura lo ha dotato, lo spingono ad occuparsi di scienze occulte, come vengono comunemente chiamate la magia, la negromanzia, la cabala, l'alchimia e tutte le scienze segrete. 

Per non incorrere in errori di valutazione, va ricordata una frase del filosofo Tommaso Campanella che alla fine del 1500 scrive: “Oggi quello che si fa per conoscere la natura si chiama magia. Domani, quando le conoscenze saranno più sicure, si chiamerà scienza”. Delle sue opere, certamente copiose, nulla è rimasto: delle sue scoperte, nulla è sopravvissuto. Anche la sua tomba è scomparsa, come tutte le cose che gli sono appartenute. Solo alcune tracce che ha lasciato permettono di seguire, e di commentare in questo scritto, il suo corso di studi. Tra gli adepti dell'occultismo il suo nome e le sue opere sopravvivono tutt'oggi. Nel 1994, in Italia, sono censite seicento Sette, concentrate soprattutto a Torino, Roma e Bologna, e tre ditte specializzate che inviano contrassegno l'occorrente per messe nere; cappucci, mantelli, candele, messale con la liturgia in latino, calici, stole e coltelli rituali.
I conti Negroni, originari di Bergamo, si stabiliscono a Orvieto e Roma nel XVII secolo. Il conte Giovanni Francesco Negroni è governatore del territorio di Orvieto per la Santa Sede dal 1664. Sua sorella Faustina Negroni, nel 1673, commissiona a Tommaso Mattei il sepolcro in marmo, per lei ed il suo consorte Giovanni Battista Guidoni nella chiesa di Sant'Angelo di Pustierla in Orvieto. Questa famiglia, eleggendo a propria residenza Orvieto, si fa erigere un bel palazzo, oggi sede del Tribunale; acquista poi un complesso di abitazioni in piazza Vivaria, nel retro del palazzo del capitano del popolo. In Roma emergono padre Giulio Negroni, dotto gesuita, morto nel 1678, Andrea, nato nel 1710, segretario dei Brevi, tredicesimo abate commendatario, dal 1760 al 1799 dell'abbazia dei SS. Severio e Martirio nell'Orvietano, eletto cardinale nel 1766 da papa Clemente XIII. A questi si deve la grandezza della famiglia, aggregata alla nobiltà romana nel 1746 in persona di Stanislao che nel 1752 è conservatore di Roma. I Negroni vengono poi compresi tra i nobili coscritti. Il conte Baldassarre, nel 1850, è gonfaloniere di Velletri e viene ascritto al patriziato insieme alla sua famiglia. Il conte Giuseppe Negroni, erede dell'ultimo duca don Luigi Caffarelli, è autorizzato da Sua Santità Pio IX ad assumere il cognome ed il titolo di duca Caffarelli. Lo stemma araldico è spaccato nel primo d'argento a due mori al naturale posti di fronte, tenenti tre frecce una in palo e due decussate; nel secondo d'argento a tre sbarre d'azzurro. In Orvieto, il conte Giovanni Battista Negroni, pressoché trentenne, dopo le nozze con una Ludovisi di San Casciano, nel 1698 acquista il feudo ed il Castello di Monte Rubiaglio dall'ultima erede dei Monaldeschi della Cervara: Maria Paola. L'ultimo conte Negroni lascia in eredità alla nipote Maria Giberti Macioti feudo e castello nel 1882. Il possesso di Monte Rubiaglio da parte dei Negroni dura pertanto 184 anni, nel corso dei quali il castello viene adibito a laboratorio di occultismo, dal 1698 al 1730, e poi a caserma pontificia fino all'unità d'Italia, riservando ai conti alcuni ambienti. Nel rapporto della visita apostolica di monsignor Lercari, nel 1705, Monte Rubiaglio appare come baronia Lattantij Negroni. Nel 1725 il conte Giovanni Battista ospita al castello Giacomo III Stuart (1688-1766), al secolo Giacomo Francesco Stuart, figlio di re Giacomo II. Giacomo III non sale mai al trono e vive in esilio tentando di sollevare rivolte cattoliche nel suo paese. Muore ospite di papa Pio VI e viene sepolto in San Pietro in Roma. Suo padre si è fatto cattolico nel 1672 e tenta di riportare il cattolicesimo in Inghilterra, provocando la reazione del clero anglicano e del paese. Doma nel sangue la rivolta del duca di Monmouth, ma viene detronizzato dal genero Guglielmo d'Orange.

 

 

 

Il Personaggio "Dannato"

 

Giovanni Battista Negroni nasce ad Orvieto intorno al 1665, dal conte Giovanni Francesco, governatore del territorio per la Santa Sede. La probabile data della sua morte, in Orvieto, si colloca intorno al 1740. Nel 1698 Giovanni Battista, sposando una Ludovisi da San Casciano, comproprietaria della metà del Castello e del feudo di Monte Rubiaglio per eredità del principe Nicolò Ludovisi, ed acquistando i diritti ereditari, pari al residuo cinquanta per cento della proprietà, di Maria Paola, ultima dei Monaldeschi della Cervara, diviene l'unico proprietario del Castello di Monte Rubiaglio che è costretto a consolidare e restaurare per eliminare gli effetti del grande terremoto del giugno 1695. All'epoca il borgo di Monte Rubiaglio conta 254 abitanti, di cui 138 uomini e 116 donne, costituenti 60 famiglie, di cui 45 intra castrum e 15 extra castrum. Le famiglie insediate fuori dal castello costituiscono il contado o, come si dice al tempo, dodici contrade: la Villa; il Poderuccio; le Caselle; le Terre Prese o di là dal Paglia; il Giardino; l'Olmaia; Corigli; il Belvedere; Soana; il podere del Beneficio; la Casa del Portone; il podere San Giovanni. Il conte Giovanni Battista Negroni, studioso figlio del suo tempo, è un valido alchimista e persegue la tesi tipica di questa arte: l'unione degli opposti, poiché esiste una sola materia prima nell'Universo che è trasformata da fatti esterni. In fondo questo è l'attuale principio fondamentale della chimica enunciato da Lavoisier (1743-1794): "Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma". Si getta quindi intensamente nella ricerca seguendo Dio, il massimo del positivo, ed il demonio, il massimo del negativo, poiché se Dio è colui che è, il demonio è colui che cambia il nome e la forma. A questo tipo di ricerca ne integra altre basate sull'alchimia, sulla botanica e sugli studi di fisiognomica umana-animale-vegetale di Giovanni Battista o Giambattista Della Porta.

Questi studi gli valgono il sospetto di stregone dal governo: è più sfortunato del suo maestro Giambattista Della Porta che ripara indenne presso il proprio protettore Luigi d'Este, ma meno sfortunato del più noto Cagliostro, morto in carcere nella fortezza di San Leo. Riesce dunque a sopravvivere poiché non sono emersi processi a suo carico né per stregoneria, né per altro. Per contro nulla è noto ad oggi sulla data, sul luogo e sulle circostanze della sua morte. Egli non lascia molti segni delle sue opere e ciò è comprensibile dato che la santa inquisizione, vicina al suo termine, in quegli anni violentemente sferra i suoi ultimi colpi di coda: nella sola Val Poschiavina, in prossimità del passo del Bernina, nel 1697, ben 112 donne e 14 uomini vengono inquisiti e giustiziati sul rogo per stregoneria. I suoi parenti poi, funzionari dello Stato pontificio, alti prelati e cardinali, si affrettano a distruggere, dopo la sua morte nel 1730, tutte le sue opere, i suoi scritti, i suoi strumenti, i suoi ritratti: distruggono il laboratorio del Conte facendone murare gli ingressi; abbandonano il Castello di Monte Rubiaglio fino al termine della stirpe, che avviene nel 1882; cambiano la propria insegna araldica, per indicare una differenziazione da lui, sostituendo i due mori con due stelle e le frecce con una mezza luna, come è ancor oggi visibile in un balcone di un palazzo, una volta loro, in piazza Vivaria in Orvieto. Indubbiamente l'opera del conte Giovanni Battista Negroni deve essere stata considerata estremamente negativa per la Chiesa, intesa come religione e come governo, da costringere i suoi congiunti a cancellarne ogni traccia, a dimenticarlo e disconoscerlo fino alla fine dei loro giorni avvenuta un secolo e mezzo dopo. Le tracce che il conte Giovanni Battista ha lasciato, od almeno quelle che i suoi parenti e successori non hanno provveduto a cancellare, sono pitture, sculture, costruzioni e oggetti: nulla dei suoi innumerevoli scritti è rimasto; ignoto è il luogo della sua sepoltura; sconosciuto è il suo volto poiché nessun busto o ritratto esistono per ricordarlo. Queste poche tracce, però, sono sufficientemente valide per permettere di ricostruire abbastanza solidamente, se non le attività specifiche, almeno la linea di pensiero e di studio del Conte. Negli ambienti della magia il nome del conte Giovanni Battista Negroni è ancora noto principalmente per le attività di negromanzia e di stregoneria. Quanto segue si limita comunque a descrivere solo quanto di tangibile, visibile e leggibile che il Conte ha lasciato di sé, corredandolo di informazioni e traduzioni simbolistiche per una migliore lettura e comprensione di questi reperti.

 

Firma del conte Giovanni Battista Negroni

 

 

Giambattista Della Porta

 

Giambattista Della Porta, il suo Maestro

 

Come traspare evidente dalle pitture e dalle sculture del conte Giovanni Battista Negroni, egli fa proprie le teorie di Giambattista Della Porta e lo elegge a proprio maestro. Non potendo, con rigore storico, documentare a fondo le attività del Conte si dedica questo capitolo al suo maestro poiché, quanto meno per emulazione, gran parte delle attività di Giambattista Della Porta sono certamente state riprese dal Conte. Giambattista nasce a Napoli nel 1535 dove muore ottantenne nel 1615: è amico di Paolo Sarpi e di Galileo Galilei. Fin da piccolo Della Porta si preannuncia come un individuo fuori dal normale. A soli sei anni si diletta nel comporre opere intere in italiano e latino; trascorre poi la fanciullezza nelle biblioteche, studiando le più svariate materie, affrontando argomenti sempre più complessi. Da giovane viaggia in Italia ed in vari paesi d'Europa e da tali viaggi trae, insieme con le letture ed un innato spirito d'osservazione per le cose naturali, una tendenza scientista che l'Italia della Controriforma non permette più. A venti anni viene giustamente considerato un genio. Della Porta in ogni disciplina che studia cerca l'insolito, il misterioso, tutto ciò insomma che non ha apparente spiegazione e che viene normalmente trascurato dagli scienziati "ufficiali". Raccoglie poi tutti i dati e cerca di dare una risposta; le varie materie delle quali è divenuto profondo conoscitore non lo interessano in se stesse, se non come mezzo necessario per comprendere quanto intende indagare. I primi frutti dei suoi studi sono evidenti nella mirabile opera Magiæ naturalis, sive de miraculis rerum naturalium, pubblicata nel 1558 quando ha soli ventitré anni. Il successo è talmente strepitoso che viene tradotta anche in francese ed in tedesco, poi ristampata ed ampliata. I primitivi quattro libri divengono addirittura venti nella seconda edizione del 1589. L'opera però gli procura non solo fama, ma anche una bella accusa di stregoneria che, per quanto ritenuta infondata dalla stessa inquisizione, viene più volte rinnovata. Gli argomenti che vi tratta sono numerosi, così vari, che già danno un'idea della complessa personalità dell'autore. Della Porta, infatti, ha studiato quasi tutte le dottrine scientifiche, senza però trascurare il campo dell'occulto: è fisico, chimico, botanico, agrario, biologo, psichiatra, medico, ma anche astrologo, mago ed alchimista. Della Porta afferma che i misteri della natura e dell'uomo stesso non sempre si possono spiegare con la scienza ufficiale, ma non per questo sono sempre valide le scienze occulte; è cioè profondamente convinto che sia possibile conciliare i due campi opposti, senza dover necessariamente escludere l'una o l'altra parte. Ogni enigma, secondo lui, deve avere una spiegazione "naturale". Vengono così affrontati problemi di botanica, ottica, acustica, cosmesi, fisica, magnetismo, medicina: insieme ad argomenti così scientifici tratta però la iettatura, la pietra filosofale, l'alchimia, le pozioni delle streghe, gli influssi delle gemme preziose sulla vita umana. Scrive molti libri interessanti. Il De occultis literarum ed il De furtivis literarum notis, vulgi de ziferis, trattano esclusivamente di crittografia, cifrari, scritture segrete, inchiostri simpatici e codici misteriosi (argomenti che di nuovo lo rendono sospetto di stregoneria). Alla teoria fa seguire la pratica costruendo lui stesso curiosi congegni per elaborare codici indecifrabili. Idea e costruisce anche macchinari di altro tipo, tra cui la nota "camera oscura", di cui è ritenuto l'inventore: riesce, infatti, a proiettare disegni ed oggetti, dopo averne raddrizzato le immagini.Nel 1586 viene pubblicata un'altra opera veramente interessante, quella, forse, per la quale è più conosciuto: De humana physiognomonia, un'opera che giustamente va considerata fondamentale nello sviluppo della psicologia e dell'antropologia. Della Porta afferma che l'uomo non è influenzato dagli astri, come si crede comunemente in quel tempo, ma è, invece, modificato, nell'aspetto e nel carattere, dagli "humori naturali" cioè da altri esseri viventi, sia animali che vegetali, che sono continuamente a contatto con l'umanità. Perciò quando le caratteristiche del corpo e del volto di un uomo ricordano le fattezze di un dato animale, i due sicuramente avranno in comune anche le qualità interiori, buone o cattive che siano. A sua volta le forme di un animale possono ricollegarsi a quella di una determinata pianta. In verità, dopo qualche anno, esattamente nel 1603, modifica quanto precedentemente ha affermato, asserendo, nel Coelestis Physiognomoniæ libri sex, che le stelle ed i pianeti influenzano invece il nostro mondo, in particolare gli esseri vegetali, ed indirettamente anche l'uomo, che rimane legato però agli animali: un ritorno all'arcaico Astra inclinant, non necessitant (gli astri influenzano, non determinano).Gli studi di questo tipo appassionano molto Della Porta, come dimostrano diverse sue opere successive. La Fisionomia dell'Huomo, ad esempio, importante non tanto per le centinaia di ricette erboristiche per curare innumerevoli malanni, quanto perché contiene già molti elementi e validi princìpi di quella branca della medicina che oggi viene chiamata psicosomatica. Si parla infatti dei vari tipi fisici, secondo la statura, le fattezze del volto, le proporzioni, mettendo in evidenza che a certi aspetti esteriori corrispondono spesso un determinato carattere e la tendenza a determinate malattie. E', insomma, uno dei pochi in quell'epoca che vuole studiare l'uomo anche nella psiche, cercando di trovare una spiegazione "naturale" perfino nei casi più insoliti e disperati, come le streghe ed i licantropi. Non trascura tuttavia di approfondire le altre discipline; così continua i suoi studi di meccanica, di ottica, di fisica e di magnetismo, costruendo, tra l'altro, il cornetto acustico, vari tipi di specchi, di bussole e prototipi del cannocchiale dei quale molti, incluso Keplero, gli riconoscono la paternità, probabilmente è vero, poiché il merito di Galileo non è quello di aver inventato il cannocchiale, bensì quello di averlo puntato per primo verso le stelle. Nel 1580 costruisce per il suo protettore, il cardinale Luigi d'Este, uno specchio parabolico. Tra le sue numerose opere si possono ricordare la Scientiarum omnium synopsis, andata perduta, il De humana physiognomonia (1563), le Villæ (1592), trattato sulla vita rustica e sul giardinaggio, il De refractione optices parte (1593) sull'occhio umano e le illusioni ottiche, l'Ars reminiscendi sui processi della mente, il De spiritali mirabile trattato sulla forza elastica del vapore (è il primo precursore della scoperta della macchina a vapore), il De munitione sull'arte della fortificazione, il De distillatione (1609), nonchè altri scritti vari, tra cui uno interessante sul problema della quadratura del cerchio Elementa curvilinea (1610) ed un trattato, pubblicato postumo, sulla chiromanzia. In tali lavori si parla di ottica (Giambattista Della Porta è l'inventore della camera oscura), di chimica, di giardinaggio, di fisionomia, di chiromanzia, di matematica, di invenzioni. Nell'opera più importante Magiæ naturalis sive de miraculis rerum naturalium libri IV (della magia naturale ossia dei miracoli della natura) vengono date ricette, alcune oggi assurde altre di buon senso, si descrivono animali mostruosi, si fanno osservazioni su lenti concave e convesse. Prende parte alla fondazione dell'Accademia degli Oziosi, nella quale sostiene un pubblico dibattito con il grande Campanella, e più tardi egli stesso fonda l'Accademia secretorum naturæ, un cenacolo scientifico, subito sospettato dalle autorità religiose e chiuso per ordine di Paolo V (già prima aveva dovuto difendersi davanti all'Inquisizione dall'accusa di stregoneria). Tuttavia nel 1610 viene ammesso all'Accademia dei Lincei come "Vicepresidente". Non meno interessante è l'attività di Della Porta come autore drammatico. Nelle pause del suo lavoro scientifico scrive numerose commedie e tragedie. Le sue commedie immettono nello schema della commedia latina una festosa esuberanza di caratteri e di dialoghi. Scrive un trattato perduto, il De arte componendi comoedias, nel quale dà consigli sul come scrivere commedie e traduce Plauto. A Plauto si rifanno le sue numerose commedie, almeno per l'impostazione, perché per la lingua e la vivezza dei personaggi Della Porta attinge a piene mani all'inesauribile serbatoio dell'arguzia meridionale, comune del resto per altre vie anche a Plauto. Sono a noi pervenute 14 commedie in prosa: l'Olimpia (1550) L'Astrologo (1570), La Turca (1572), La sorella (1589), Cintia (1590), La fantesca (1592), La trappolaria (data incerta), La chiappinaria (1600), La furiosa (1600), I due fratelli rivali (1601), La carbonaria (1606), Il moro (1607), La tabernaria (1612). Compone inoltre una tragicommedia, Penelope (edita a Napoli nel 1591), due tragedie sacre, Giorgio (edite a Napoli nel 1611) e Santa Dorotea (postuma a Siena nel 1655) e la tragedia profana Ulisse (edita a Napoli nel 1614). Il teatro di Della Porta ottiene grande fortuna in Italia e all'estero e non è da escludersi che qualche spunto da I due fratelli rivali sia servito a Shakespeare per la sua commedia Molto rumore per niente (molto strepito per nulla).

 

 

 

 

Bandiera d'Italia Bandiera di Monte Rubiaglio