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Stemma del Comune di Sesto al Reghena
 
Dove siamo
 
 

Cittadella abbaziale di Sesto nel 960

Sesto nel 1700

Veduta aerea dell'abbazia

Palazzo dell'Abate, oggi Comune

Ingresso dell'abbazia

Vestibolo dell'abbazia

Cripta e urna di S. Anastasia

Torrione e torre di guardia dal canale

Torrione e torre di guardia dal borgo

L'Hospitale profano, oggi Hotel In Sylvis

L'Hospitale profano, oggi Ristorante Abate Ermanno

L’Abbazia di Sesto al Reghena

Sul luogo dell’attuale cripta abbaziale sotto il presbiterio, viene eretto nel 2 a.C. il tempio intitolato al divino Augusto imperatore, al dio Marte ed alla dea Vesta. A lato di questa costruzione viene poi edificata una chiesa paleocristiana a trichòra nel IV-V secolo, come accade a Concordia e, tre secoli più tardi, sui ruderi del tempio pagano viene eretta dai Longobardi l’abbazia benedettina. Del capoluogo l’abbazia benedettina dell’VIII secolo, ricostruita nel X secolo, costituisce un sito particolare oltre che per l’organicità del suo complesso anche per essere topograficamente un’isola ora contornata solo dalle acque del fiume Reghena e del rio Sestian, una volta anche da mura merlate e torri. Di queste, che nel 960 sono sette, ora è visibile quella trasformata in campanaria, quella che fa anche da porta, mentre è rintracciabile un’altra d'angolo, nello spigolo sud orientale della canonica. Di notevole, oltre ai singoli fabbricati, nella quasi totale distruzione delle opere fortificate, l’esistenza del terrapieno nel settore sempre sud orientale che dal fossato risale in scarpata verso l’interno sostenuto ora da una parte della canonica e da un muro di contenimento. L’abbazia di Santa Maria in Sylvis viene fondata intorno all’anno 730 e donata ai Benedettini nel 763: di questa epoca sono pervenuti alcuni capitelli di tipo corinzio di ottima fattura, plutei, frammenti di ciborio ed altri elementi decorativi. Il pezzo più prestigioso è la cosiddetta “Urna” di Santa Anastasia, che rappresenta il migliore esempio di scultura della rinascenza liutprandea. In origine è una cattedra o un ambone, in marmo d’Aurisina, adattata a monumento funebre in epoca imprecisata. La chiesa, dopo la ricostruzione avvenuta a seguito dei danni subiti dall’invasione ungarica del giugno 900, ha assunto una chiara configurazione romanica che si è conservata nel corso dei secoli nonostante i numerosi interventi di modifica: misura 30,2 m di lunghezza e 14 m di larghezza. E’ preceduta da un atrio ricoperto a cui si accede attraverso un vestibolo sormontato da un ampio salone. Tale struttura costituisce una novità assoluta per l’architettura religiosa dell’Italia settentrionale.

Alla facciata, originariamente liscia, è stata addossata, intorno al secolo XII, a sinistra della porta d’ingresso, una loggetta mentre a destra è stata collocata una scala di pietra con balaustra e colonnine che conduce al salone sovrastante. La chiesa, all’interno, è a tre navate absidate, divise da due file di pilastri e colonne sormontati da archi a tutto sesto. La zona presbiteriale, provvista di transetto, è sopraelevata per lasciare spazio ad una cripta a sette piccole navate. L’esterno, molto semplice nelle pareti nord e sud, presenta dei motivi decorativi nei riquadri delle finestre della parete est. La composizione dell’edificio, nelle sue linee essenziali, discende dalle chiese paleocristiane e si ricollega a modelli altomedievali di abbazie proposti dalla riforma cluniacense. Attualmente, scomparsa l’abbazia di Montecassino, quella di Sesto al Reghena costituisce, in Italia, l’esempio più significativo di tale momento. Originariamente, la chiesa è tutta affrescata, ma nel corso dei secoli la decorazione primitiva è andata distrutta o sostituita con pitture di altri periodi. Riferibili al secolo XII sono alcuni lacerti molto significativi presenti sui pilastri dell’atrio e raffiguranti San Cristoforo, Sant’Elena, l’Assunzione della Madonna, la Visitazione e l’imperatore Costantino. Agli ultimi decenni del medesimo secolo è databile il San Michele di ottima fattura sulla parete di fondo del salone. Alla fine del secolo XIII e agli inizi del XIV si possono far risalire le due scene all’interno della loggetta, trasposizione pittorica di episodi della Chanson di Otinel: in una è rappresentata Bellissant seduta a fianco di Carlo Magno, alla presenza di un gruppo di armati, in attesa del duello tra Otinel e Orlando; nell’altra vi sono coppie di cavalli affrontati. Sulla facciata sopra la porta di ingresso si conservano un San Gabriele Arcangelo ed un San Benedetto risalenti alla fine del XIII secolo. In cima allo scalone, nel punto di unione del lato nord della residenza degli abati con la facciata dell'atrio, si conserva un affresco del secolo XIV raffigurante, su due riquadri, una scena cavalleresca. Elementi di pittura tardoromanica sono rilevabili nel gruppo della Madonna con San Pietro e San Giovanni Battista che si trova sul muro, a fianco del portale. Trecentesca è invece la decorazione pittorica più imponente dell’abbazia sestense. Si tratta dell’ampio ciclo di affreschi che abbelliscono in particolare il transetto, il tiburio e l’abside della chiesa. Oltre ad alcuni riquadri secondari, come i tre vivi e i tre morti dell’atrio, la decorazione sviluppa alcuni cicli ben precisi.

Nel presbiterio si dispiega un ciclo di affreschi di pregevole qualità, databile verso il 1320, Storie di San Pietro, nella zona di destra; Incoronazione della Vergine, Natività, Annuncio ai pastori e Santi nell’abside centrale; Assunzione di San Giovanni Evangelista nella zona di sinistra; Storie di San Benedetto e della Vergine nel tiburio. La matrice prettamente padovana di queste pitture testimonia la diffusione del giottismo nel basso Friuli nei primi decenni del ’300. Nel transetto destro campeggia il Lignum Vitae o Albero della Vita, raffigurato come un immenso melograno. Sulla stessa parete sono disposte alcune scene relalive alla vita dei Santi Pietro e Paolo. Nel transetto sinistro compare l’Assunzione di San Giovanni Evangelista. Nel quadrilungo della navata centrale sono rappresentati due episodi della vita di San Benedetto. Alla seconda metà del ’400 risalgono l’Inferno e il Paradiso delle pareti del vestibolo e le figure di San Tommaso, di Sant’Ambrogio e Sant’Agostino dell'atrio. Dei secoli successivi si ritiene opportuno segnalare il rifacimento avvenuto nel ’500 della facciata della residenza degli abati. Si tratta di un ampliamento riuscito, opera certamente di un architetto capace, ben conscio che l'intervento comporta il problema dell’incorporamento dell’edificio medievale.

Nella cripta vengono custodite altre opere d’arte: la Madonna della pietà, scultura in pietra dolce dipinta ad olio, risalente al XIII secolo; l’Annunciazione, due pannelli in marmo d’Aurisina distinti ed inseriti nella stessa cornice. Il pannello raffigurante la Madonna risale al secolo IX, mentre quello con San Gabriele Arcangelo al secolo XIII. Le statue lignee di San Rocco, Sant’Antonio da Padova, la Vergine del Rosario e Gesù sorridente, tutte di scuola della Val Gardena o Grödnertal, le colonne ed i loro capitelli, completano l’aspetto artistico della cripta. I numerosi dipinti e affreschi dell’abbazia sono di particolare rilevanza storica e artistica in quanto opera di Guidolino di Pietro detto fra’ Giovanni da Fiesole ed anche Beato Angelico, dei discepoli di Giotto di Bondone, di Andrea e Antonio da Firenze, di Alessandro Varotari detto il Padovanino, di Andrea di Bertolotto detto il Bellunello, di Benozzo Gozzoli detto il Benozzo, di Cristoforo Diana discepolo dell’Amalteo, di Pomponio Amalteo, di Pellegrino da San Daniele, di Giovanni Francesco da Tolmezzo, di Viviano da Conegliano, di Giovanni Pietro Albanese detto Pietro da San Vito, di Giovanni Laurentini detto Arrigoni discepolo del Barocci, di Giovanni Antonio de Sacchis detto il Pordenone, di Marco Basaiti discepolo del Vivarini, di Marcello Fogolino, del Pantaleoni, del Tosoni, del Cestari, del Pappini. Queste opere d’arte rendono l'abbazia uno scrigno di cultura e di piacere nella fede.

Stemma di Papa Paolo II