ItaliaSandro Bassetti, Castello Monaldeschi della Cervara, 05010 Monte Rubiaglio (TR), Italia. bassetti@libero.it Comunità Europea

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Giovedì 9 agosto 2001
Amori e intrighi di corte.
Storiche Stanze/1

Enio Navonni
Domenica 26 agosto 2001
Rettifica

Giovedì 23 agosto 2001
Amori e intrighi di corte.
Storiche Stanze/2

Enio Navonni
Domenica 26 agosto 2001
Rettifica

     

TERNI — Tralasciando volutamente il periodo etrusco, il castello fu caposaldo di avvistamento e contrasto e sede di guarnigione: romana (dal 209 a.C. al 476); ostrogota (dal 476 al 537); bizantina (dal 537 al 571); longobarda (dal 571 al 774); pontificia (dal 774 all’809). Castello feudale dall’809 al 1695). Palazzo baronale (dal 1695 al 1978). Residenza condominiale (dal 1985). Insomma, stiamo parlando del maniero di Monte Rubiaglio in quel di Castel Viscardo. E i dati sopra riportati provengono dal libro, "Un fiume, un ponte, un castello", dell’ingegnere Sandro Bassetti, inquilino del piano nobile. Dunque, date da lui, sono notizie da prendere a scatola chiusa. E ora, grazie al meraviglioso minitascabile scritto dal giornalista Jader Jacobelli, anche lui monterubiagliese d’adozione, possiamo parlare degli illustri personaggi che nei secoli hanno soggiornato nel castello. Sono imperatori, papi, re, regine, due ospiti tristemente famosi, ma soprattutto Cristina di Svezia e il fantasma che ancora si aggira, in un certo periodo, per quelle storiche stanze. Il volumetto, sponsorizzato dalla Cassa di Risparmio di Orvieto, costa 10.000 lire, e può essere richiesto al Centro studi e comunicazioni sociali di Monte Rubiaglio.

Per primo arrivò Ottone III

Il primo grande ospite del castello, scrive Jacobelli, fu l’Imperatore del Sacro Romano Impero di Germania, Ottone III (908-1002). Un impero che, bene o male, si resse fino al 1806 quando Napoleone Bonaparte lo cancellò dalla storia futura. Ottone - prosegue Sandro Bassetti - fu Imperatore a 14 anni e lo istruì il cugino Brunone che ne aveva 22 e che era anche il suo confessore. Per gratitudine - allora si poteva - lo fece Papa, il primo Papa tedesco, Gregorio V. Ottone era cagionevole di salute ed aveva il temperamento del sognatore. Avrebbe voluto che Roma tornasse agli antichi splendori di centro universale della cristianità. Ma di ciò non gli furono grati né i tedeschi, né i romani. L’aria romana lo ritemprava, ma non poté respirarla molto perché due volte andò a Roma e due volte lo cacciarono. Deposero anche il suo Papa, ma lui ne nominò un altro che gli era stato maestro, Silvestro II. Ottone visitò il castello di Monte Rubiaglio nel 1002 quando, cacciato da Roma la seconda volta, si rifugiò fra Viterbo e Orvieto. In quello stesso anno morì vicino a Viterbo. Aveva soltanto 22 anni. La salma fu tumulata ad Acquisgrana vicino alla tomba di Carlo Magno. Con lui - conclude Sandro Bassetti - si estinse la Dinastia dei Sassonia, quella che aveva come insegna un’aquila appollaiata su un drago.

Da parte nostra, prima di passare ad un altro grande personaggio storico che soggiornò a Monte Rubiaglio, Carlo I D’Angiò (1226-1285), ci piace ricordare che Ottone III, recatosi a Roma nel 996 per farsi incoronare Imperatore dal Papa, lasciò ad Alviano il suo fido conte Offredo, dal quale nacque la Dinastia degli Alviano.

Carlo I D’Angiò - torna Sandro Bassetti - fu il secondo grande ospite del castello di Monte Rubiaglio nel 1286. Aveva 42 anni ed era Re di Sicilia, come figlio del Re di Francia, Luigi VIII. Fu Papa Clemente IV che lo volle su quel trono contestato per impedire che da Palermo la Dinastia sveva potesse mettergli contro l’Italia. Anche per questo trasferì la capitale del Regno a Napoli. Per quasi vent’anni gli andò bene. Nella Crociate conquistò Corfù, Valona, Durazzo, il reame d’Albania e quello di Gerusalemme. Ma nel 1282 - era il lunedì di Pasqua - i siciliani si rivoltarono e lo spodestarono a vantaggio degli Aragonesi. Fu quella l’insurrezione popolare - prosegue Bassetti - cosiddetta del Vespro il cui bilancio fu di quattromila morti. Ad accendere la miccia fu l’inasprimento delle imposte per pagare i debiti di guerra e la politica di prestigio che gli angioini conducevano. La visita al castello di Monte Rubiaglio - conclude il giornalista - avvenne durante un incontro con i Monaldeschi, la potente famiglia che per secoli ha dominato la zona come grande feudataria dello Stato Pontificio.

Ed eccoci a Niccolò IV (1230-1292). Fu il primo Papa francescano, più preoccupato delle cose spirituali che di quelle materiali. Egli delegò praticamente ai principi Colonna il governo dello Stato pontificio suscitando la reazione di altre famiglie nobili romane, in testa gli Orsini. Non trovandosi a suo agio nella solennità del Palazzo Vaticano, Niccolò IV mise la sua residenza prima a Rieti, poi a Viterbo; tornando a Roma soltanto quando c’era da comporre qualche conflitto. Ospite dei monaldeschi di Monte Rubiaaglio il 9 giugno 1290 provenendo da Viterbo, morì a Roma nel 1292 ed è sepolto nella Basilica di Santa Maria Maggiore. Non era niente - rileva Bassetti -, ma è interessante sapere che gli succedette quel Celestino V che era stato eremita e che, come lui, non si adottò al genere di vita pontificia, tanto che "fece il gran rifiuto", cioè si dimise e presto morì, ucciso dai protestanti i quali gli conficcarono un chiodo in fronte, come è stato accertato recentemente aprendo la sua tomba. Ventun anni dopo fu fatto Santo, forse per quel rifiuto, o forse per quel chiodo.

Ecco anche Caterina De’ Medici

Facciamo la conoscenza con un altro grande personaggio storico a suo tempo ospite del castello di Monte Rubiaglio: Caterina De’ Medici, (1519-1589). Il Castello aprì le porte a Caterina nel 1532 quando aveva soltanto 13 anni e non era ancora, ovviamente, Regina di Francia. Lo diventò a 40 anni. Orfana di padre e di madre fin dalla culla, ebbe come alto tutore Clemente VII, che era suo cugino e che la rinchiuse, per proteggerla, nel convento della Santissima Annunziata, a Firenze. Ma non vi rimase molto perché a 14 anni, l’anno dopo essere stata al Castello e aver visto Orvieto guidata dai Monaldeschi, andò sposa al duca d’Orleans, il secondogenito del Re di Francia, Francesco I, che poi diventerà Enrico II. Questo Enrico - prosegue Sandro Bassetti - aveva però fra le sue donne di corte il vero amore, Diana di Poitiers, che Caterina, umiliata e offesa, dovette sopportare al suo seguito "per ragioni di Stato", al punto che chi faceva qualche dono a lei, lo doveva fare riservatamente anche a Diana, per rendersi gradito al Re. Per dieci anni Caterina non ebbe figli, e la causa fu attribuita al fatto che aveva cavalcato troppo sul mulo come un cavaliere. Questo animale - si diceva allora - aveva il potere di comunicare la sua sterilità. Così Caterina prese a cavalcare da amazzone, cioè sedendosi sulla sella di fianco. Vedi caso, nei dieci anni seguenti Caterina mise al mondo dieci figli, bella rivincita di una donna sterile. Nel 1559 - Caterina aveva 40 anni - morì il Re marito, Enrico II. In un festoso torneo la scheggia di una lancia gli trafisse un occhio e lo uccise. Salì allora al trono un principe di 15 anni, Francesco II, che morì però l’anno dopo. Fu allora la volta di uno dei figli di Caterina De’ Medici, che divenne Carlo IV, ma che aveva soltanto 10 anni, per cui la madre fu nominata Reggente. Caterina si trovò così a dover governare e ad affrontare la lotta fra cattolici e protestanti che scosse lo Stato francese alle radici. In questa difficile funzione mostrò tutta la sua intelligenza ed il suo equilibrio facendo una politica di pacificazione. Il 2 agosto 1572, nella ormai storica "notte di San Bartolomeo" avvenne il massacro dei protestanti (gli Ugonotti) inseguiti casa per casa dai cattolici: una tristissima pagina della guerra fra i fanatici delle diverse religioni - sottolinea Sandro Bassetti -, che così conclude: nel 1574, a soli 14 anni, morì Carlo IX di Francia e lo sostituì suo fratello Enrico III. Caterina De’ Medici si tirò allora da parte, ma il suo ascendente di donna colta e volitiva non si interruppe fino alla morte che avvenne nel 1589, quando aveva 70 anni.

Enrico IV di Borbone

Il quinto personaggio storico che Sandro Bassetti elenca fra i visitatori del castello di Monte Rubiaglio è Enrico IV di Borbone, (1533-1610), re di Francia. La sua storia è collegata a quella della Regina Caterina perché divenne Re proprio quando fu ucciso suo figlio, Enrico III, per mano di un monaco folle il quale intese vendicarsi delle concessioni fatte ai protestanti. Per salire al trono, Enrico IV, che era calvinista, cioè protestante, si convertì al cattolicesimo. Anche lui aveva sposato un’italiana: Maria de’ Medici, figlia del Granduca di Toscana, Ferdinando I. Nonostante l’opportunistica conversione, prosegue Bassetti, Enrico IV si alleò con i protestanti tedeschi per impedire un accordo tra gli Asburgo d’Austria e quelli spagnoli. Ma questa alleanza suscitò la reazione dei cattolici, e anche lui fu pugnalato da uno di loro, di nome Ravaillac. Fu un’ironia della sorte essere uccisi da un fanatico in nome della religione che aveva abbracciato, e non di quella che aveva abbandonato. Enrico IV, che è considerato il fondatore della Francia moderna, trascorse qualche giorno nel Castello di Monte Rubiaglio a 12 anni, nel 1545. Fu durante un viaggio in Italia con soste a Firenze, Orvieto e Roma. Chi andava a Orvieto era sempre ospite dei Monaldeschi e questi non mancavano di far visitare quello che era il loro Castello più vicino e più amato.

Ora Sandro Bassetti passa a presentarci con un lungo scritto rispetto agli altri, un’altra illustre e famosa ospite della fortezza di Monte Rubiaglio: Cristina di Svezia, (1626-1689). Questa è l’ospite del Castello che suscita la maggiore curiosità. Per questo la sua biografia è più ampia delle altre. Del resto - nota Bassetti - sono poche le Regine a cui è stato dedicato un grande film americano, come quello interpretato dalla Garbo. Il fatto è che nella sua vita c’è del rosa e del giallo. Cristina era nata nel dicembre 1626 da Gustavo Adolfo Re di Svezia. Il padre morì in guerra contro la Germania e Cristina diventò Regina a 6 anni. Fino a 18 fu un fiore di ragazza: educatissima e molto intelligente. Imparò ben otto lingue, fra cui il greco e il latino.

Cristina di Svezia, affamata di uomini

Studiò filosofia e anche scienza. Il libro a cui era più affezionata era il "Principe" di Machiavelli, tradotto in francese. Era anche una ragazza piena di vita, energica, simpatica. Non bellissima, d’aspetto un po’ mascolino e un poco pelosetta, vestiva sempre da cavallerizzo, velluto verde, cappello piumato e spada al fianco, ma aveva - evidenzia ancora Sandro Bassetti -quello che oggi si chiama "sex appeal", una forte attrazione sessuale. Il suo vizio era però d’essere volubile, impaziente, autoritaria, affamata di uomini. A proposito della sua mascolinità si racconta che una volta, visitando un collegio di ragazze, tutte volevano baciarla. La cosa la preoccupò e disse al suo maggiordomo: "Si vede che mi hanno preso per un uomo". E maliziosamente aggiunse: "Ma voi sapete bene che sono una donna". Per suo impulso, la Svezia raggiunse la pace con la Danimarca. La pace di Westfalia pose infatti termine alla "guerra dei trent’anni" fra i due paesi. Tutto bene, dunque, fino a 18 anni, ma poi Cristina si scatenò. In tutti i sensi e con tutti i sensi. Si stancò di essere Regina e non ne volle più sapere di amministrare con saggezza i beni dello Stato e di rendere conto ai suoi Ministri delle spese che faceva. Si stancò di essere casta e passò da un amante all’altro. Aveva una preferenza per gli italiani e, in particolare, per i napoletani. Si stancò anche di stare in Svezia. Prima andò in Belgio e si mise sotto la protezione del cattolicissimo Re di Spagna Filippo IV, perché aveva paura che i protestanti si vendicassero per la sua conversione. Poi - prosegue Bassetti - a 29 anni, dopo avere adbicato a favore del cugino Carlo Gustavo, venne in Italia. Avrebbero voluto farle sposare quel cugino, ma lei si oppose dicendo che un uomo per sempre non le sarebbe bastato. Aveva tanti vizi, fra cui una sincerità spregiudicata, provocatoria ed esibizionistica. Il viaggio in italia fu un trionfo perché Papa Alessandro VII intuì che una regina convertita faceva gioco, e fece organizzare per lei a Roma feste straordinarie con spettacoli teatrali, concerti, balli, gare sportive. Ma Cristina si stancò presto anche di questo carnevale romano e le famiglie nobili la presero in antipatia per il carattere instabile e per i suoi comportamenti imprevedibili. Le mogli dei nobili romani temevano poi per i loro mariti. Intanto, ormai allenata a tradire tutto e tutti, tradì la Spagna, passando dalla protezione del Re Filippo IV a quella della Francia soltanto perché gli era saltata in testa la voglia - è proprio il caso di definirla così, rileva Sandro Bassetti - di diventare Regina di Napoli. Ma non le riuscì perché la Francia non glielo concesse, sebbene lei si fosse trasferita vicino a quella Corte, a Fontainebleau, con il seguito di mille cavalleggeri. Cristina di Svezia aveva allora 31 anni. Ma qui entriamo nel vivo della sua storia e di quella del Castello di Monte Rubiaglio. Ne parleremo nella prossima puntata.

 
TERNI — La Storia del maniero di Castel Rubiaglio si intreccia fortemente nel 1600 con quella della regina Cristina di Svezia. La stessa si trovava in Francia a Fontainebleau ed al suo seguito c’era il Conte Francesco Maria Santinelli di 22 anni che era capitano delle guardie, e il fratello Ludovico di 20. E c’era anche il Marchese orvietano Gian Rinaldo Monaldeschi, che è il protagonista maschile della nostra storia. I Monaldeschi erano i grandi feudatari di Orvieto dello Stato Pontificio; i più potenti. Gian Rinaldo, che aveva all’incirca l’età della Regina, era il suo preferito. Lo nominò infatti Grande Scudiero e Cavalerizzo Maggiore. Naturalmente Cristina se lo prese subito come amante, facendolo odiare da Francesco Maria Santinelli che si vide così scavalcato. Qui la storia - rileva lo storico Sandro Bassetti nel suo libro "Un fiume, un ponte, un castello" - da rosa si fa gialla. E, come sempre avviene, c’è chi racconta i fatti in un modo e chi in un alro. Da moderatore, il grande giornalista soggiornate periodicamente nel plurisecolare maniero di Monte Rubiaglio, dà le varie versioni della vicenda, proseguendo il racconto su Cristiana di Svezia e Gian Rinaldo Monaldeschi da par suo. Secondo alcuni storici - scrive Bassetti - la Regina si vide arrivare spedite non si sa da chi, alcune lettere d’amore che lei aveva scritto a Gian Rinaldo, il quale, quindi, le avrebbe mostrate in giro per farsi bello e, addirittura, se le sarebbe fatte rubare apposta. Di fronte a queste lettere intime che Gian Rinaldo aveva pubblicizzato, la Regina si sentì offesa come donna e come Regina e diventò una vipera, trasformazione che per lei non fu difficile. Convocò allora Gian Rinaldo, gli mostrò quelle lettere, lo investì di contumelie e, sebbene lui cadesse ai suoi piedi giurandole che esse gli erano state rubate a sua insaputa, la Regina, seduta stante, chiamò il conte Santinelli e altri due dignitari e comandò loro di uccidere Gian Rinaldo, ordine che fu eseguito immediatamente.

Fatto a pezzi dall’amante.

I tre, sfilate le loro sciabole, lo idussero in pochi minuti come uno spezzatino. Neppure il regista Dario Argento, che è di bocca buona - nota Bassetti -, avrebbe sopportato una tale vista. Cristina sì. Era il 10 novembre 1657. Secondo un’altra versione di quel fattaccio il nostro Monaldeschi, visto che Cristina si stava invaghendo di un altro nobile al suo servizio, il conte de la Gardie che di Gian Rinaldo era cugino, fece in modo che questi si allontanasse da lei. Per riuscirci gli mostrò alcune lettere della Regina, false perché le aveva scritte lui. In queste lettere - “parla" ancora Sandro Bassetti - Cristina assicurava Gian Rinaldo di amare soltanto lui e non il Conte. Il de la Gardie deluso e irritato abbandonò infatti la Regina e si consolò con la sorella di Gian Rinaldo. Quando lei venne a sapere dell’inganno decise, su due piedi, in un impeto d’ira incontenibile, di fare uccidere il Monaldeschi. Però, secondo ogni buon giallo che si rispetti, c’è l’immancabile terza versione. E Sandro Bassetti ce la racconta. Secondo questa - inizia - il nostro Gian Rinaldo stava tradendo la Regina con una damigella di corte. In una sua lettera, di cui lei era entrata in possesso, Gian Rinaldo scriveva alla sua fiamma che non poteva lasciare la Regina per non perdere il posto, ma che quando trascorreva la notte con lei si comportava “come un tronco secco".
Mica è finita. C’è la versione numero quattro ed è forse - ipotizza Sandro Bassetti - quella vera. Dunque, quando Cristina si mise in testa di dinventare Regina di Napoli, influenzata probabilmente dai tanti amici napoletani che aveva intorno, abbandonò, per riuscirci, la protezione della Spagna, a cui il Regno di Napoli apparteneva, e si avvicinò alla Francia, allora governata dal potente cardinale Mazzarino. Gian Rinaldo Monaldeschi rivelò questo disegno ai Servizi segreti spagnoli e la Spagna inviò a Napoli tremila soldati che impedirono la riuscita dell’impresa. La conclusione - dice Bassetti - è uguale in tutte le versioni: Gian rinaldo morto ammazzato. La notizia di questo assassinio, qualunque ne fosse stata la vera origine, circolò alla svelta in tutte le Corti d’Europa e l’immagine di Cristina di Svezia si macchiò del sangue di un giovane bello, aitante, simpatico. Un poeta serio come Ugo Foscolo - prosegue Sandro Bassetti - scrisse di Cristina di Svezia: “Mezzo regina, mezzo letterata, mezzo regina, mezzo pazza, ma interamente assassina". A dimostrazione delle sue stranezze, dopo quell’assassinio, lei faceva dire delle Messe per l’anima della sua vittima, come una qualunque vedova addolorata. A causa di quel fattaccio, la Regina dovette abbandonare la Francia e decise di ritornare a Roma, sperando di far dimenticare quella tragica storia, ma proponendosi di crearne altre meno “gialle" e più “rosa". Questa volta rimase a Roma otto anni vivendo da grande signora, creando anche un’Accademia di letterati ed artisti a Palazzo Corsini che si trova alle pendici del Gianicolo, al Lungotevere della Lungara, vicino - guarda caso, nota Sandro Bassetti - a Regina Coeli, il carcere. Ma anche questa volta il suo comportamento spesso scandaloso, le sue spese pazze, il suo rifiuto di inginocchiarsi quando andava in chiesa, la tresca con un cardinale, la costrinsero a cambiare aria e decise così di tornare in Svezia, affidando la direzione dell’Accademia da lei creata - attenti al nome - a un nobile di Orvieto, Paolo Antonio Monaldeschi, nipote di quel Gian Rinaldo che la Regina aveva fatto ammazzare nove anni prima.

Una nuova fiamma per Cristina

Cristina aveva allora 40 anni e questo Paolo Antonio 24: un altro bocconcino regale. Ma in Svezia Cristina rimase poco: le sue stranezze, i suoi amori, i suoi scandali, la sua esibizionistica conversione al cattolicesimo, la preoccupazione di chi governava che volesse tornare sul trono, furono le ragioni per cui il Consiglio di Stato svedese le fece capire che non era gradita e che gli svedesi non erano più disposti a renderle onore, come lei avrebbe preteso. Fu perciò costretta a riprendere la via di Roma, l’unica che le rimaneva sempre aperta. Roma in quel momento attraversava un periodo di tale splendore artistico e di tale tolleranza di costumi, da considerare quella ex Regina un personaggio d’attrazione sempre proponibile. La sua visita al Castello di Monterubiaglio avvenne il 22 settembre del 1680. Era domenica. Cristina fu ospite di Paolo Antonio Monaldeschi per alcuni giorni. Lei aveva già 54 anni, lui ne aveva ora 38. Che il nipote dell’ucciso Gian Rinaldo Monaldeschi fosse entrato nelle grazie di Cristina di Svezia, destò vivaci reazioni particolarmente ad Orvieto. Nacque così la leggenda che in quelle notti a Monte Rubiaglio il fantasma di Gian Rinaldo, vestito da cavallerizzo, si sia aggirato nel Castello per intimorire la sua assassina ed il nipote amante. Poi, siccome in un Castello che si rispetti un fantasma ci sta bene, si raccontò che egli torna ogni anno il 6 novembre, ricorrenza dell’uccisione di Gian Rinaldo Monaldeschi, e il 22 settembre, ricorrenza della visita della Regina. In questi due giorni - testimonia Sandro Bassetti che nel maniero abita - non mi è mai capitato di essere in casa, non per evitare l’incontro. Anzi, un incontro con un fantasma storico come Gian Rinaldo Monaldeschi, a distanza di 350 anni, sarebbe un bello “scoop" giornalistico.

Gli ultimi anni della regina

Gli ultimi anni della Regina - riprende il racconto di Sandro Bassetti -, raffreddati i sensi, furono quasi esclusivamente dedicati a iniziative culturali e a proteggere artisti, poeti, musicisti. Cercò insomma di salvare l’anima “in zona Cesarini", come si dice in termini sportivi per indicare gli ultimi minuti di una partita di calcio. Nel 1687, a 61 anni, organizzò nel suo palazzo una delle più grandi manifestazioni musicali che si siano mai svolte nella Roma barocca. Vi parteciparono tutti i nobili e quasi tutti i Cardinali del Sacro Collegio. Una eccezionale orchestra di 150 professori e un coro di 100 cantori furono diretti dal famoso musicista Arcangelo Corelli. Per il Natale dell’anno seguente Cristina di Svezia si fece cucire un meraviglioso abito di raso bianco e fili d’oro, e, come sempre, domandò alla maga della sua corte in quale cerimonia avrebbe dovuto usarlo. La risposta fu lapidaria: “Per i vostri funerali". Bastò questa risposta perché lei non indossasse quell’abito che costava un occhio. L’anno dopo - era il 1689 e lei aveva 63 anni - la regina fu colpita da un grave male sconosciuto da cui, però, guarì quasi improvvisamente. Sembrò un miracolo - aggiunge Bassetti -, tanto che in molte chiese di Roma venne cantato un Te Deum di ringraziamento. Ma fu un’illusione, perché il male si manifestò di lì a poco ancora più violento. Era evidentemente un tumore. Infatti, all’alba del 19 aprile 1689 Cristina di Svezia morì. Con il suo testamento lasciò le sue residue sostanze all’amante che le era stato più fedele impegnandolo però a fargli dire ventimila Messe. I suoi funerali furono degni di una Regina in carica. Il feretro sfilò su una grande carrozza per le vie di Roma piene di folla. Tutte le botteghe erano chiuse in segno di lutto. L’abito con cui l’avevano rivestita era proprio quello di raso e oro. la sua salma fu sepolta in San Pietro, sia pure nella Sacrestia. 35 anni dopo, però, le costruirono un bel sepolcro che si può ammirare nelle Grotte Vaticane in cui la sua immagine è riprodotta di profilo, più bella di quello che in realtà non fosse. Certo, fa una certa impressione - rivela Sandro Bassetti - vedere raffigurata nel marmo, per giunta in San Pietro, quella Regina omicida dal sangue bollente che per un po’ di tempo abitò nel Castello di Monte Rubiaglio, nell’appartamento del primo piano in cui ora abito con mia moglie Antonietta e la mia gatta Carlotta.

Ed ecco un re senza potere

Un altro personaggio storico a soggiornare nel Castello di Monte Rubiaglio fu Giacomo III, (1688-1766), ed sempre Sandro Bassetti a presentarcelo. Giacomo III fu riconosciuto Re d’Inghilterra soltanto dalla Francia. Visse e morì da perdente. Forse per questo è stato ritratto da bambino, quasi a sottolineare che non era mai cresciuto. Avrebbe dovuto succedere a Giacomo II, ma questi fu deposto perché cattolico, e il figlio, anche lui cattolico, ne pagò le conseguenze. Dal trono scesero gli Stuart e vi salirono gli Orange con Guglielmo III. La madre di Giacomo era italiana, Maria Beatrice d’Este, duchessa di Modena. I sostenitori degli Stuart tentarono due volte di metterlo sul trono, ma non ci riuscirono e lui vagò esule fra le Corti cattoliche d’Europa fino a quando si stabilì definitivamente a Roma dove morì. Ospite a Orvieto nel 1725 del Conte Negroni, che era divenuto proprietario del Castello per eredità, fu invitato a Monte Rubiaglio. Il Conte Negroni era un appassionato studioso di magia, dedito anche - il cognome si addiceva - a pratiche negromantiche. La sua insegna, imperniata sulla croce, figura ancora sulla torre campanaria a due bifore del Castello. Ha la forma del pipistrello, mammifero alato e notturno sempre caro ai maghi. In quell’insegna si possono vedere intagliate le iniziali del Conte: G. Giovanni, B. Battista, N. Negroni. Il figlio di Giacomo III - spiega Sandro Bassetti -, Charles Eduard, detto il Conte d’Albany (1720-1778), sposò la bella contessa d’Albany la quale divenne amante del nostro Vittorio Alfieri che la sposò segretamente dopo la morte del marito.

Le razzie di Cesare Borgia

Qui giunti, con Cesare Borgia e il Maramaldo a Monte Rubiaglio, Sandro Bassetti si congeda da noi. E la fine dei racconti monterubiagliesi iniziano con la constatazione che il Castello non ha ospitato soltanto Imperatori, Papi, Re e Regine, ma anche, “e purtroppo" due personaggi tristemente famosi come il Valentino e il Maramaldo. Il Borgia (1475-1507), detto anche il Valentino perché era Duca del Valentinois in Francia, era figlio di Rodrigo Borgia che fu poi eletto papa: Alessandro VI. Ambizioso e risoluto, fu nominato prima Vescovo, poi Cardinale e anche Governatore generale e Legato di Orvieto nel 1495, a soli venti anni. Il Papa-padre avrebbe voluto che egli unificasse gli Staterelli italiani - e questa speranza nutrì anche, illudendosi, Niccolò Machiavelli - ma i tentativi che egli fece con spregiudicatezza e anche con crudeltà non gli riuscirono e finì in Spagna dove morì in uno scontro di gruppi armati. Il Valentino conobbe il Castello di Monte Rubiaglio nel dicembre del 1494 e nel gennaio del 1503, ma non come gradito ospite, come erano gli altri. Attraversò infatti Monte Rubiaglio con un esercito di soldati a cavallo razziando tutto quel poco che c’era. L’altro personaggio tristemente famoso fu Fabrizio Maramaldo, capitano di ventura del 1500. Al servizio degli Imperiali seminò la morte in molte contrade partecipando anche al “Sacco di Roma" del 1527 che costrinse Papa Clemente VII a rifugiarsi a Castel Sant’Angelo e poi a soggiornare ad Orvieto per sei mesi. Un’incursione la fece anche a Monte Rubiaglio e a Castel Viscardo per procurare cibo agli uomini che comandava dando saggio di tutta la sua ferocia. Per questo - conclude Sandro Bassetti - è nata l’espressione “maramaldeggiare" per dire “fare violenza ai deboli o ai vinti".

 
   
 
Mercoledì 9 gennaio 2002
Incontro al Drago:
«Il passato serve
a costruire il futuro»

Enio Navonni
   
 
TERNI — Ad iniziativa del Centro Studi economici e sociali (Cestres), di Terniviva e del Comitato rievocazioni antichi eventi domani pomeriggio alle 17 al circolo "Il Drago" si svolgerà un incontro sul tema "Valorizziamo il passato per costruire il futuro". Intervengono Enio Navonni, Sandro Bassetti, Rosanna Carini, Paolo Beltrame, Mario Andrea Bartolini.